in treno

(è un pezzo molto lungo. Che le cose brevi finiscono altrove.)

Il piano è semplice: accompagnare B. in stazione a prendere il notturno per Monaco.
Siamo a Bologna, abitiamo in centro; non dovrebbe essere difficile.
Solo, la dotazione di due enormi valigie contenenti il necessario per il lungo soggiorno in terra germanica rende necessario chiamare il taxi.
Che arriva in fretta dopo la telefonata, segnando sul tassametro la mirabolante cifra di 7,90 euro: il massimo a cui può arrivare il diritto di chiamata in notturna, ma probabilmente "massimo" significa "standard". Più 2,50 di supplemento notturno (alle 22). Ci va bene che non ci aggiunga anche il supplemento di 0,50 centesimi a bagaglio pesante.
Intanto che la Bologna lucida di pioggia scivola via nel percorso verso la stazione, rifletto su due cose.
La prima è che una settimana fa ho visto un servizio delle Iene in cui l’inviato cercava di mettersi a vendere bottiglini di caffè Borghetti fuori dallo stadio Olimpico e veniva cacciato via e minacciato dai venditori già presenti. Che costituiscono una specie di "cartello", con tanto di divisione per zone e giorni. Più o meno la stessa situazione di società parallela che si riscontra nelle dinamiche dello spaccio della droga. La furibonda rivolta dei tassisti all’intenzione dell’allora ministro Bersani di aumentare il numero di licenze concesse era molto simile nella forma (e a volte nei modi) alla difesa dei propri spazi da parte dei venditori del servizio delle Iene. La società è frattale, ripete le stesse strutture su scala diversa.
La seconda cosa riguarda alcune bizzarre soluzioni commerciali trovate sul sito della società dei taxi:

Taxi collettivo
Le tariffe del taxi collettivo sono 2:
a) Una fissa di 3,50 € a persona, riguarda solo il tragitto stazione fiera e fiera stazione, viene organizzata dal personale addetto durante eventi particolari come quelli fieristici, con un equipaggio minimo di 3 persone.
b) L’altra tariffa collettiva prevede uno sconto del 60%, si applica a persona sempre con un equipaggio minimo di 3 persone.  Si effettua da un unico punto di partenza per un’unica destinazione.  L’importo visualizzato sul tassametro quindi e’ cio’ che ogni passeggero dovra’ corrispondere.

Questa tariffa è sempre conveniente nel caso in cui l’equipaggio sia composto da persone singole che tra loro non si conoscono, in questo caso lo sconto è del 60% nel caso di coppia del 20%. Non è conveniente nel caso in cui vi sia un equipaggio di 4 persone composto da 3 persone che si conoscono più un estraneo, in tal caso il trio pagherebbe il 20% in più mentre è sempre garantito lo sconto del 60% per il singolo. Al momento, purtroppo, i tassametri non sono tarati per far un uso del taxi collettivo su più tratte, questo non significa però che non sia possibile, è sufficiente applicare il sistema che adottano alcuni ragazzi che escono dai locali lasciando una quota per il costo del taxi agli amici che continuano la corsa.

Come farà il tassista a stabilire se le persone si conoscono o no?
Comunque, alla fine pago al tassista 12,50 euri. Per 3 chilometri. Come dice la ricev… vabbeh, lasciamo perdere.

Ora, uno si domanda "ma come sarà la stazione di Bologna – uno dei principali snodi ferroviari italiani – alle 22,10"?
La risposta è: un deserto. Meglio: un inquietante deserto.
Non c’è niente. L’edicola è chiusa (anzi: le edicole, ce ne sono tre). Il tabaccaio è chiuso. Resta aperto il McDonald, ma l’hanno spostato un po’ fuori, su una delle braccia laterali, così che il corpo centrale possa restare un desolato e sporco deserto.
Visto che siamo arrivati con giusto quell’oretta di anticipo (io ho il terrore di perdere il treno, per me è più o meno la norma) e fa freddo, ci infiliamo in sala d’attesa.
Descrivere la sala d’attesa della stazione di Bologna alle dieci di sera di una fredda giornata di una primavera che sembra autunno è come prendere la pillola rossa e vedere che cosa c’è dall’altra parte.
Se non hai un  altro posto dove andare, in una sera del genere, la sala d’attesa della stazione è l’unico modo per starsene un po’ al caldo. Per dormire buttati su una sedia. Ci sono italiani, ci sono stranieri. Bene o male ognuno sta per i fatti suoi, si tiene strette le sue cose. C’è una signora con un carrello della spesa pieno di scatole coperte da un lenzuolo. Un’altra signora, anziana, l’aria di chi sulla strada non ci sta da moltissimo, dorme seduta di fianco a noi, ha un sacchetto di carta, di quelli che danno i negozi di scarpe, nel quale credo tenga più o meno tutto quello che ha. A un certo punto il guardiano della sala d’aspetto va a svegliare un uomo che dorme sdraiato sul lungo mobiletto che separa l’area dei giochi per bambini dal resto della sala d’attesa, che non la prende bene. A voce alta rimprovera il guardiano di avere fatto una cattiveria, che poteva lasciarlo dormire che non dava fastidio a nessuno. Mentre l’uomo se ne va, la signora si sveglia di colpo, un po’ spaventata. "E’ l’ora che ci mandano fuori?" chiede un paio di volte. Lo chiede con il tono di voce di chi non vuole dare fastidio, di chi si scusa per essere d’impiccio. Le faccio una specie di cenno che vuol dire "no, no", ma di più non riesco a fare. Mentre se ne sta lì, un po’ imbambolata dal sonno a guardarsi intorno cercando di capire meglio la situazione, provo a immaginare cosa possa avere portato una signora sulla settantina a vivere per strada. Preferisco non pensarci. Forse dovrei dirle, chiederle qualcosa. Ma non sono quel genere di persona, purtroppo.
In compenso riconosco un tizio che incrocio spesso la mattina. Ha i capelli e la barba lunghi e grigi, jeans stretti con sopra dei lunghi calzettoni da basket, giubbotto di jeans sotto al quale spunta un vestito estivo da donna a quadretti bianchi e gialli. Me lo ricordo bene perché una mattina mi è venuto incontro, in una via Marconi deserta, urlandomi addosso un torrente di lettere senza senso che suppongo dovessero formare delle parole.
Alla fine usciamo fuori dalla sala d’attesa per andare sul binario, dandoci il cambio con un pattuglione di sette-otto City Angels.
Penso che sia molto triste che una città con tutte le aspirazioni che ha Bologna abbia una stazione ferroviaria che alle dieci di sera diventa una specie di terra di nessuno, senza un negozio aperto, poco più che un dormitorio per gente che non ha altri posti dove andare. E che la mattina, quando di solito arrivo a prendere il treno, dorme nel corridoio che collega i due sottopassaggi. Ma penso che ancora più grave e triste sia che in una città come Bologna, con le sue vantate tradizioni, l’unica possibilità per gente che non ha niente sia di andare a dormire in stazione.

Per tornare a noi, la rinomata stazione di Bologna non dispone di scale mobili. Quindi il viaggiatore dotato di bagagli pesanti se li deve scarrozzare su e giù per le scale. Da qualche parte, su alcuni binari, ci dovrebbe essere un ascensore. Ma è un po’ come il roc, il basilisco, il tarrasque. Creature mitologiche che tutti dicono di avere visto ma della cui esistenza non si hanno prove. A parte quelle curiose e realistiche statue in pietra di ferrovieri con i baffi e il borsello ritratti mentre indicano qualcosa per terra.
Poi, una volta sul binario, il viaggiatore può accomodarsi su comode panchine formate da una gelida lastra di pietra intanto che aspetta il treno, venendo deliziato dagli schermi LCD che mandano in loop gli stessi tre filmati di 15 secondi l’uno senza sosta. Con l’audio, ovviamente. Provate voi ad aspettare un treno che non arriva quando ogni 30 secondi parte lo spot della CGIL per la manifestazione e ditemi come ci si sente.
Già, perché intanto il treno non arriva.
Ci sono due treni, sull’orario, che vengono da Roma Termini: uno va a Monaco e arriva alle 22.50 per ripartire alle 23.05, l’altro va a Vienna e arriva alle 23,15. Entrambi sul sesto binario.
Ma dall’altoparlante continuano ad annunciare solo il ritardo di quello per Vienna. Tacendo del destino del treno per Monaco. Fino a che sul tabellone del binario non compare il treno per Vienna. "E quello per Monaco?" vi chiederete voi, perché ce lo stavamo chiedendo, in termini non molto urbani né molto rilassati, pure noi. Che tanto di personale delle Ferrovie, neanche l’ombra.
L’arcano ci viene spiegato da un altro viaggiatore, al quale l’avevano spiegato altri due viaggiatori, i quali evidentemente avevano avuto la rivelazione grazie all’uso della salvia divinorum. Per farla breve, nonostante sulla carta siano due treni diversi, con orari e numero diverso, i due treni sono lo stesso treno. In testa ci sono le carrozze per Monaco, dietro quelle per Vienna. A Verona o al Brennero avviene la scissione, come quei vermi che li tagli a metà ed entrambe le parti vivono.
Di per sé non è un’idea malvagia, si risparmia sicuramente qualcosa. Peccato che non venga rivelata all’ignaro viaggiatore (che a quel punto è già diventato un preoccupato e/o incazzato viaggiatore) fino a che il treno, formalmente per Vienna, non arriva sul binario.
E poi dopo aver caricato su le valigie, vado via prima che il treno parta, che una delle cose più utili che ho imparato da ragazzino è che guardare i treni andar via è molto peggio.

Otto ore dopo, sono di nuovo lì in stazione che come tutte le mattine prendo il mio treno per andare a Modena.
Come pendolare, sono fortunato. Il tragitto è breve e si svolge su una delle principali linee ferroviarie del nord, quindi non ci sono mai grossi casini.
Anzi. L’introduzione dell’alta velocità ha davvero migliorato la circolazione dei treni regionali, perché adesso i treni di fascia superiore viaggiano su un’altra linea e non ci sono più quei ritardi in stile ubi maior caratterizzati da godotiane soste in stazione in attesa che passi l’Eurostar. Ma, come detto, faccio parte di una specie privilegiata di pendolari. Se dovessi usare una linea minore (tipo la famigerata Porrettana o la Modena-Carpi), la situazione sarebbe molto più da terzo mondo.
Però c’è da dire che noialtri italiani siamo bravissimi uguale a creare situazioni ridicole e fastidiose allo stesso tempo. Per prima cosa, nessuno (a Bologna come in altre città) rispetta mai la norma di buon senso di tenere la destra nei corridoi e sulle scale. Con effetti devastanti, specie nel secondo caso, quando ti trovi con una fila centrale di gente che va in un senso e due file laterali di gente che va in senso opposto. La conseguenza è, chiaramente, che si va tutti più piano e si perde più tempo.
Ma il capolavoro, solitamente, prende vita quando arriva il treno. Io non ricordo quando è stato che mi hanno detto che prima di salire sul treno si deve aspettare che siano scesi tutti i passeggeri in arrivo. Visto che non lo ricordo, suppongo che me lo abbiano detto quando ero molto piccolo e che abbia interiorizzato bene la regola.
I miei compagni di sventura mattutina invece devono averla scordata. Lo spettacolo che si presenta all’arrivo del treno è desolante. Si tenga a mente che l’orario di arrivo è solitamente  dieci minuti prima della ripartenza.
Lo spazio delle porte è largo 3x, dove x è grossomodo lo spazio che occupa una persona. Dal treno, in altre parole, in condizioni ottimali, in un intervallo di tempo t scendono 3 persone. Ma le condizioni ottimali non si verificano quasi mai, perché lo spazio che viene lasciato per la discesa è solitamente pari a 2x o, nei casi peggiori, x.
Se per disgrazia qualcuno si è attardato nello scendere, in modo tale che nell’intervallo di tempo t da uno segmenti x non scende nessuno, è la fine. Il più furbo di tutti è pronto a saltare sul treno lesto come un gatto. A quel punto quelli a dietro monta il panico di restare senza posto (o di doversi sedere vicino a un negro) e si accodano come un sol gregge all’idiota alfa. Il risultato è un caos informe che ha come unico effetto quello di danneggiare sia chi sale che chi scende, perché entrambe le operazioni vengono effettuate contemporaneamente, rallentando il processo (il multitasking richiede più risorse e rischia sempre di incasinare le cose).
L’intrufolamento precoce sul vagone può essere scatenato anche dal vedere che qualcuno dall’altra porta sta già salendo ("Ma insomma, lasciateci scendere!" "Oh, sono dieci minuti che scendete, di là stanno già salendo". Non mi sto inventando nulla. Ho davvero assistito a questo dialogo, una volta) o, peggio ancora, dal vedere che qualcuno è già salito dall’adiacente carrozza di prima classe (che avendo meno passeggeri si svuota prima) e sta già sedendosi.
Prendere il treno la mattina ti fa anche rendere conto dell’esatta portata dell’affermazione "gli italiani non leggono". Questa frase va intesa non solo nel senso di "non leggono libri e/o riviste e/o giornali". Gli italiani non leggono. Davanti a una qualsiasi sequenza di lettere, tirano dritto. E tirano dritto anche davanti a qualunque forma di comunicazione visiva che non contempli figure in movimento e/o musica. Basta vedere come ogni mattina ci sia il più furbo di tutti che prova ad aprire la porta del treno davanti alla quale non c’è nessuno, quella su cui c’è un foglietto giallo con su disegnata una porta attraversata da una barra diagonale e la scritta "porta fuori servizio" per rendersi conto come mai le concessionarie di pubblicità abbiano deciso di investire nei monitor lcd di cui dicevo prima, per fare pubblicità all’interno delle stazioni.
Che poi questa frenesia nella scelta dei posti è piuttosto ingiustificata. Il treno è piccolo. Posto si trova ed è scomodo stare più o meno ovunque perché tanto essendo sempre quasi alla capienza massima anche se trovi posto in uno di gruppi di quattro sedili hai qualcuno seduto davanti. Oppure puoi gustare tutto il sapore del gomito del vicino che legge il giornale (e un po’ si offende, se non gli dici che è buono, anche se tu ci avresti messo un pizzico di sale in più e un filo d’olio a crudo).
Scendere dal treno a Modena presenta lo stesso problema della salita, ma visto dall’altra parte: bisogna scendere rapidi, compatti, senza lasciare troppo spazio tra te e chi ti precede, che altrimenti succede un casino. Il peggio è quando il venerdì sera torno a Bologna con il regionale per Ancona. Lì, ad attendere sul binario c’è una folla di fuorisede romagnoli e marchigiani che ha un contratto di affitto "settimana corta" (ma cosa fanno i tuoi coinquilini della tua camera, quando ti impongono per contratto la settimana corta? Un mistero che in più di dieci anni non ho ancora risolto) (un mio amico il primo anno era in un appartamento gestito con metodi dittatoriali da una padrona di casa che imponeva la settimana corta: venerdì pomeriggio dovevano lasciare la casa, potevano tornare solo la domenica dopo le nove) (non potevano nemmeno invitare gente a casa: la padrona li controllava dal palazzo di fronte dove abitava) (tutto questo meriterebbe un altro post). Quando va bene, sfili tra due ali di persone e il nervosismo è quasi palpabile, perché la porta del vagone è di quelle strette con i gradini e la lotta sarà furibonda. Quando va male, devi lavorare di gomito e di vaffanculo, per scendere.
A proposito di lavorare, in treno la mattina (e a volte anche la sera) non c’è solo gente che va a lavorare. C’è anche gente che lavora. E non sto parlando del "personale viaggiante" di Trenitalia. Ma di almeno un paio di gruppi di persone straniere dall’aspetto "zingaresco", per lo più ragazze, che girano per i vagoni chiedendo l’elemosina. Rispetto al mantra della metropolitana raccontato da Tommaso Labranca l’approccio è cambiato: in un vagone zeppo di gente con le cuffie nelle orecchie non funzionerebbe un accorato appello a voce alta. La tecnica usata oggi è mutuata da quella usata dai sordomuti che vendono gadget in pub e ristoranti: in silenzio, la ragazza passa e lascia un bigliettino fotocopiato, su cui solitamente c’è una foto indecifrabile di un gruppo di persone xeroxmorfate in macchie di inchiostro illeggibili e un testo che nessuno legge. Poi torna indietro e mentre recupera i foglietti tende la mano, che a volte contiene già delle monete che vengono fatte tintinnare tra di loro per spingere il passeggero a mettere mano alle sue, accompagnando il gesto con una richiesta verbale che spesso sfuma in un lamento borbottato inintelligibile, che sospetto a volte contenga anche non ingiustificati insulti.
Le cose che mi danno da pensare sono due. La prima è che queste persone odorano di legno bruciato. Ergo, nel 2009, a Bologna, cuore della ricca Emilia, c’è gente che vive in abitazioni, probabilmente baracche, riscaldate come capita. Che non è certo una sorpresa, però quando ti viene ricordata da degli esseri umani tutte le mattine attorno alle 7 e 30 fa una certa impressione.
La seconda è che mentre ogni mattina il rito si ripete identico e l’eccezione è quando nessuno ti chiede dei soldi, che invece passi il controllore è un evento rarissimo. Ma rarissimo davvero. Quindi non si potrebbe stipulare una qualche forma di accordo con queste persone per far sì che possano controllare anche i biglietti, già che ci sono? Sono rapide, efficienti, sanno gli orari meglio di chiunque altro e si muovono sul treno con la consumata rapidità e sicurezza di un’hostess d’aereo.

Ma la cosa che forse mi piace più di tutte della mia esperienza di pendolarino è un cartello che si trova su alcuni treni. Si tratta del più bel avviso che abbia mai visto, formulato in modo che è qualcosa che sta a metà tra il minaccioso avvertimento e la profezia. E mi piace perché si chiede di comportarsi bene prefigurando gli svantaggi che un comportamento scorretto avrebbe sulle uniche persone di cui ci interessa davvero qualcosa, noi stessi.
Dice: "non danneggiare la tua carrozza. Domani mattina tornerai a viaggiare".
Non è bellissimo?
(in realtà è bellissimo soprattutto il venerdì sera, quando puoi pensare "col cazzo" e dedicarti al più bieco vandalismo)
(in realtà in realtà sui treni che prendo di solito non c’è, quell’avviso. L’ho visto da qualche altra parte. Però avevo bisogno di chiudere questo pezzo in qualche modo)

(c’è ancora qualcuno?)

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9 commenti

  1. MarikaB

     /  aprile 7, 2009

    ecco perché il treno è l’ultimo dei mezzi con cui tendo a spostarmi, prima di salire su un vagone c’è persino l’opzione del sottomarino, pensa te quanto frequento trenitalia 🙂

    certo, si producono dei bei post comic-malinconici, ma te li lascio tutti 😛

    (e della nazipadrona della finestra di fronte non puoi non scrivere un altro post, non puoi più, ormai :D)

    Rispondi
  2. anonimo

     /  aprile 7, 2009

    No.

    Uno che aveva splinder….

    Rispondi
  3. anonimo

     /  aprile 7, 2009

    tempo fa ho visto una madre usare il figlio come ariete, pur di essere tra i primi a salire in treno. sì: in stazione a bologna.

    (e condivido questi tuoi pensieri, dopo sei anni di bologna – tre dei quali vissuti da “settimanacortista”, seppure per scelta)

    annika

    Rispondi
  4. Shulypoo

     /  aprile 8, 2009

    direi che la voglia di scrivere post lunghissimi ha prevalso :p

    Non so se sia consolatorio, ma gran parte di quello che hai raccontato così minutamente è copincollabile su Genova, dalle idiozie quotidiane dei pendolari caproni ai poveracci che dormono in stazione, senza trascurare gli LCD coi trailer insulsi in loop (schermi nuovi di pacca e cartelloni dei binari rotti e residuati bellici, me la dovranno spiegare)

    Se dovessi mai fare un post sui vizi e i capricci dei padroni di casa bolognesi, fammi un fischio che ho un po’ di aneddoti da aggiungere – come credo chiunque abbia avuto l’avventura di studiare da quelle parti (io mi ricordo gli annunci “no fumatori, no matricole, no DAMS”, un trip ascendente di nonsense).

    Rispondi
  5. anonimo

     /  aprile 8, 2009

    Ah ah!
    Grande post, fanne altri!
    Heike

    Rispondi
  6. scott.ronson

     /  aprile 8, 2009

    Marika: sì, prima o poi dovrò farlo.

    #2: ach.

    annika: ecco, il pupo usato a mo’ di ariete mi manca, per fortuna. Quando ho bagagli voluminosi tendo a usarli come ariete per scendere, invece.

    shuly: la voglia di scrivere roba lunga c’è sempre. E’ quella di pubblicarla.
    Immagino che anche a genova la situazione sia simile (anzi, per quel che ricordo da quando mi è capitato di fare il pendolare mattutino sestri-brignole, i treni sono molto più affollati che qui)
    (e ci sarebbe da dire di quella roba chiamata “Minuetto”, un trenino studiato apposta per sprecare quanto più spazio possibile e ridurre al minimo i posti)
    L’altro giorno ho visto un cartello “No forza italia no CL” (il che lasciava la porta aperta a Forza Nuova, a ben vedere). Per la cronaca io trovai l’annuncio della mia seconda casa un giorno che ero andato a curiosare a economia; tempo dopo mi dissero che avevano scelto di non mettere annunci in via zamboni, per filtrare. O__o

    heike: grazie! In realtà sull’argomento ho esaurito più o meno tutto. Per ora.

    Rispondi
  7. scott.ronson

     /  aprile 8, 2009

    In chiosa al post e per collegarlo all’attualità: lunedì parlavo con un amico che è stato in giappone. E ha fatto in tempo a trovarsi in mezzo a tre terremoti.
    Mi spiegava che lì oltre all’edilizia antisismica c’è anche un’organizzazione ferrea e delle procedure di evacuazione collaudatissime che vengono messe in atto con la massima tranquillità.
    Mentre lui mi scriveva questo, io pensavo a quello che vedo ogni giorno per una cazzata come i posti sul treno. E secondo me per arrivare al punto in cui ci recheremo tutti verso un punto di raccolta o un rifugio senza ammazzarci e calpestarci a vicenda ce ne vorrà, di tempo.

    Rispondi
  8. anonimo

     /  maggio 16, 2009

    è ben chiaro sull’orario fs che l’En roma-Wien lascia a bologna le carrozze dirette a Monaco e non a verona o Brennero; studi la geografia, complimenti

    Rispondi
  9. scott.ronson

     /  maggio 18, 2009

    dove, sarebbe chiaro, di grazia?
    Sui cartelloni con l’orario che ci sono in stazione sono indicati come due treni diversi che partono da roma a due orari diversi.
    in stazione non viene annunciato se non quando il treno dovrebbe essere già partito.
    E tanto più che fanno due percorsi diversi. Quella del brennero o verona è una cappella mia, ma la mancanza di informazioni decenti è una cappella di quel delirio che è trenitalia.

    Rispondi

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