Fucktion

"Ecco il blog dei cattivi poliziotti".
Nel momento in cui scrivo, la terza notizia di Repubblica.it è un articolo di Carlo Bonini (con commento di Gabriele "dio quanto sono sensibile*" Romagnoli), con le trascrizioni di una chat di poliziotti che discutono dei "fatti di Genova". Il sommario dice "in un libro i duri delle forze dell’ordine". C’è pure un pdf. Intanto clicco sull’articolo. Al primo paragrafo non virgolettato c’è qualcosa che non va:

Clic. Ogni volta che entrava in quella benedetta chat intranet, Drago ne gustava la dimensione perversa. A cominciare da quel nome un po’ ingessato – DoppiaVela, la sigla della centrale operativa nelle comunicazioni radio – e dal post politicamente corretto che metteva sull’avviso i naviganti. Perché la verità era che lì dentro si poteva finalmente essere un po’ guardoni e un po’ scorpioni. Masturbarsi dietro un avatar, leggendo l’illeggibile o scrivendo l’inconfessabile. Divorarsi a vicenda – sì, proprio come scorpioni in bottiglia – soltanto per scoprirsi più soli nella propria rabbia.

Apro il commento di Romagnoli, parla di un libro chiamato Acab. Guardo il pdf, si direbbe un Einaudi.
Cerco su Google. Trovo quello che devo trovare e m’incazzo.

Il lavoro di inviato di punta svolto da anni per Repubblica è sempre stato alla base dei libri d’inchiesta di Carlo Bonini, come Guantanamo o Il mercato della paura. In parte è così anche per Acab, come testimoniano i numerosi articoli apparsi negli ultimi mesi sul quotidiano incentrati sulla violenza negli stadi e sulla reazione della polizia, ma Acab è più di un libro d’inchiesta: i nomi, le persone coinvolte, i fatti sono tutti veri, spesso notissimi (dal G8 di Genova all’omicidio Raciti) e documentati con la consueta meticolosità, ma l’impianto narrativo è quello di un romanzo.

Non so di chi sia la responsabilità, ma se in un libro non ho alcun problema ad accettare la commistione di vero e verosimile, ne ho molti di più ad accettare che un quotidiano pubblichi un testo che è un misto di realtà e fiction in modo indistinguibile rispetto alle notizie ordinarie, senza mettere alcuna forma di avviso al lettore, fosse anche una semplice parafrasi del testo della quarta che ho riportato qui sopra.
Naturalmente sorvolando sulla pateticità dell’inserire come terza notizia sul proprio sito lo spot al libro scritto da un proprio giornalista che però poverino, pubblicando per una piccola casa come Einaudi ha sicuramente bisogno di tutto il supporto possibile per avere un po’ di visibilità.
Poi probabilmente lo faranno recensire a D’Avanzo, per avere un parere il più spassionato possibile.

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7 commenti

  1. scott.ronson

     /  gennaio 16, 2009

    * Non conosco Romagnoli come scrittore. Ma come opinionista su Repubblica e dintorni è da ulcera fulminante.

    Rispondi
  2. anonimo

     /  gennaio 16, 2009

    per chi lo legge o per lui che scrive? (l’ulcera intendo?)

    m

    Rispondi
  3. scott.ronson

     /  gennaio 16, 2009

    Per me che leggo 🙂

    Rispondi
  4. anonimo

     /  gennaio 16, 2009

    mi sembra proprio tu abbia individuato il punto: il misto di finzione e realtà è ciò su cui si basa il giornalismo italiano, se non -forse esagero- la società italiana. spacciare per vero ciò che è falso e soprattutto non dare gli strumenti alle persone di distinguere la realtà dalla finzione. se i bambini sotto una certa età non riescono a capire la differenza tra uno spot, un film o un telegiornale, mi sembra che anche gli adulti inizino a non capire più dov’è il confine. e non perché gli adulti siano stupidi.
    in ogni caso, dallo stralcio che citi, mi sembra che il libro di Romagnoli sia anche scritto molto male e con una retorica da far accapponare la pelle…
    pensi che oserai leggerlo?
    b.

    Rispondi
  5. scott.ronson

     /  gennaio 16, 2009

    (il libro è di Bonini, non di Romagnoli)
    Mettiamola così: se Bonini ha fatto la sua inchiesta e ha deciso che era più efficace raccontarne i risultati in forma narrativa piuttosto che “saggistica”, io sono contento. E se ha fatto un buon lavoro lo sono ancora di più, perché capire chi sono i nostri “tutori dell’ordine” mi interessa molto (cfr. Salvatore Palidda, “polizia postmoderna”, Feltrinelli).
    Vorrei solo capire il metodo con cui ha lavorato e spero che questo sia ben esplicitato da qualche parte nel libro.

    Repubblica poi è un po’ maestra nel confondere le acque. Quei corsivi intitolati “retroscena” in cui si racconta con dovizia di particolari di segretissimi incontri riservati tra uomini politici sono assolutamente affascinanti.

    Rispondi
  6. ValeriaR30

     /  gennaio 21, 2009

    Quoto la frase iniziale del commentatore anonimo: di che ci meravigliamo? Questa è l’Italia, questo è il modo in cui si fa giornalismo qui da noi.

    Rispondi
  7. anonimo

     /  gennaio 23, 2009

    Spero che prima di commentare quanto scritto sopra, avrete almeno il buon senso di leggere TUTTO il libro (e non solo la copertina posteriore come stanno facendo molti sapientoni che scrivono commenti su commenti al riguardo in altri siti).. e poi ne riparliano 😉

    Rispondi

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