Sunto

Non sono mai stato capace di fare le classifiche di fine anno. Quindi, dico giusto due o tre cosette su alcune cose sentite uscite nel 2008 e di cui non avevo ancora detto (ovvero: Guns, Queen + Paul Rodgers, The Acacia Strain, Elio e le storie tese al Dopofestival di Sanremo, Sanremo; ce n’è per tutti i gusti)

AC/DC – Black ice
C’è la vecchia battuta di Angus "non è vero che abbiamo fatto 12 dischi tutti uguali, sono 13", che per quanto divertente è falsa. Nel senso che gli AC/DC hanno sì una fortissima impronta ma sono anche abbastanza abili a modularla in diversi modi. In questo caso, tra quelli che una volta avremmo chiamato "solchi" del disco, c’è una notevole dose di classe che in alcuni punti (tipo la title track) sembra quasi rimandare agli Whitesnake prima maniera.
Una canzone: Black Ice

Amanda Palmer – Who killed Amanda Palmer?

In sostanza, non ci sono molte differenze con le atmosfere delle canzoni targate Dresden Dolls: cambia la strumentazione, non più legata alla sola coppia piano-batteria. Pop aggressivo e beffardo, con almeno un’ospite d’eccezione, Zoe Keating (già membro delle Raspuntina). Pare che la Palmer sia stata scaricata dalla casa discografica, la Roadrunner Records, perché si è rifiutata di tagliare da un video le scene in cui le si vedeva un po’ di (adorabile) pancetta. La solita figura da metallari segaioli.
Una canzone: Oasis, pragmatica storia di aborto adolescenziale.

Baustelle – Amen
Io non ho ben capito se e quanto mi piacciono i Baustelle. Vado molto a corrente alternata. In un certo senso mi sembrano una versione riveduta dei Bluvertigo: testi alla ricerca della frase a effetto, dell’epitaffio da smemoranda (o da blog, oggi), recupero di sonorità del passato, atteggiamento "arty". E alcune canzoni funzionano perfettamente, tipo il primo singolo "Charlie fa surf" o "Il liberismo ha i giorni contati", anche grazie ad arrangiamenti decisamente azzeccati.
Una canzone: Spaghetti Western, trasfigurazione di un reportage di Filippo Gatti sul lavoro in nero dei clandestini.

Black Mountain – In the future
Un terrificante mischione polveroso di riff pescati dal repertorio dell’hard rock inglese degli anni settanta, chitarre acustiche, hammond, barbe lunghe, camicie di flanella. Che però suona benissimo, tanto che il mio primo parere sul disco fu decisamente entusiasta. Con il tempo poi mi si è un po’ sgonfiato, l’entusiasmo, però resta un bel lavoro, specialmente nell’impatto della prima parte.
Una canzone: Tyrants, parte come i Black Sabbath, va avanti come i Deep Purple di "Child in time", ritorna sul versante sabbath, poi arriva pure a sfiorare i Manowar di "Battle Hymn".

Caparezza – Le dimensioni del mio caos
Ecco, forse è la cosa che più va vicina al mio concetto di "disco dell’anno". Prende le cose migliori del disco precedente e le fa meglio: sono canzoni che suonano bene anche al di là della costruzione sempre impeccabile dei testi, con melodie, riff, ritmi, che restano in testa. Non un disco di rap contaminato, ma un disco di musica che usa, tra i tanti ingredienti, anche il rap. Il concept regge abbastanza, per quanto un po’ tirato per i capelli in alcune canzoni.
Una canzone: Pimpami la storia, che ha uno dei testi più genuinamente spaventosi dell’anno.

Elio e le storie tese – Studentessi
Molto più frammentario del disco precedente e molto meno immediato, ci mette un po’ di ascolti a convincere. Un po’ forse è dovuto anche al fatto che sembra un disco fatto più per il proprio piacere e la propria soddisfazione che per quella degli ascoltatori, con scelte tutt’altro che popolari (attaccare la prima canzoni con un paio di minuti e mezzo di strumentale dalle forti tinte progressive è tutt’altro che immediato, per dire. Per tacere del fatto che il primo singolo ha un ritornello con una allegra poliritmia su un tempo dispari) e un po’ anche al fatto che fare i brillanti per più di vent’anni è un po’ logorante. Poi ci sono delle cose pazzesche, tipo il rap affidato a Mangoni o la parodia dei Muse di "Supermassiccio" (non ascolterete più le fantasie apocalittiche di Bellamy con le stesse orecchie, dopo). Per non dire dell’idea di ribaltare "Suspicious Mind", per "ignudi tra i nudisti". O la canzone sul metal.
Una canzone:  Heavy Samba, "Jobim incontra John Bonham", in un tripudio di riff zeppeliniani, con una sorprendente Irene Grandi. Beibo.

Frankie HI-NRG MC – Deprimo maggio
Mah. La cosa migliore era il promo girato sui circuiti p2p nei giorni precedenti a Sanremo (vedi sotto). Il disco è ancorato al suolo da un tremendo eccesso di rancore che suona però come un esercizio di stile più che come una vera e propria convinzione. Non so se sia corretto confrontarli, ma Caparezza ("Pimpami la storia", "Le mani in tasca", per stare sulle cose più ortodosse) gli mangia in testa.
Una canzone: promo.

Okkervil River –  The Stand Ins
Successore (o meglio, seconda parte) del disco dell’anno scorso, ne conferma tutte le cose buone. Sono canzoni dannatamente trascinanti, velate di quel sentimento di fumosa malinconia che mi evoca la copertina di "Rubber Soul".
Una canzone: Bruce Wayne Campbell Interviewed on the Roof of the Chelsea Hotel, 1979.

Ross the Boss – The New Metal Leader
Ross è il chitarrista dei Manowar, che da quando ha lasciato il gruppo vent’anni fa non ne azzeccano più una (anche se le vendite dicono il contrario). Qui ha messo insieme tre ciabattari tedeschi per tornare a suonare un po’ di metal (cosa che in realtà non ha mai smesso di fare, non solo con i Brain Surgeon: anche il disco dei Manitoba’s Wild Kingdom, di fatto i Dictators, è in larga parte metal). I tre comprimari sono un po’ legnosetti, ma riescono a tenere dietro al titolare in una decina di tracce che girano tra i Manowar e il power metal di una volta (ie: no doppia cassa a elicottero, no cantanti castrati, no melodie da Fivelandia 5, no elfi). Ross ha il suo solito suono enorme e il suo stile potente e melodico, le canzoni divertono e sono meglio di quasi qualsiasi cosa i suoi ex soci abbiano fatto dalla sua dipartita in poi.
Una canzone: Matador, perché è la cosa più cialtrona che abbia mai sentito.

Scars on Broadway – Scars on Broadway
Chitarrista e batterista dei System of a down si lanciano in una versione più radio-friendly della band madre. Il tutto va giù come una birretta fresca alle sei di pomeriggio di una giornata di agosto, si ascolta e si riascolta con piacere anche se è sostanzialmente innocuo.
Una canzone: Stoner-Hate, perché cita Mary Poppins.

The Fratellis – Here we stand
Il loro primo disco per me è un piccolo classico, che continuo ad ascoltare con gusto dopo due anni dalla sua uscita (di questi tempi, è una cosa rara). Questo seguito è un po’ quel tipico secondo disco in cui un gruppo cerca di mostrare quante cose sa fare, quante influenze sono rimaste fuori dalle canzoni del primo disco. Non è brutto, ma manca quell’allegra sfrontatezza alcolica che rendeva le prime canzoni di "Costello Music" una cosa terribilmente divertente.
Una canzone: Tell me a lie, perché ci vuole una bella faccia tosta a iniziare un pezzo rielaborando il riff di Smoke on the water.

TV on the radio – Dear Science
Questo è un disco che ogni tanto ascolto non tanto per sentire le canzoni ma proprio per godermi, complici le mie meravigliose cuffie (signor Sennheiser, grazie per aver creato le PX 100), il modo in cui suona. Una produzione cristallina, in cui si muovono milioni di cose. Ma al di là di questi feticismi, mi piace un sacco anche il mix di black music, elettronica, rock, rap, che il nerd occhialiuto e i suoi amici abbronzati propongono.
Una canzone: Crying, perché sembrano gli Wham! suonati dai Radiohead.

Weezer – The red album
Posto che Rivers Cuomo è un po’ uno dei miei eroi, il nuovo disco della sua band funziona là dove era prevedibile che funzionasse, in quel power-pop a base di chitarre robuste e graziose melodie. Va meno bene quando cercano di essere quello che non sono, quando cantano gli altri musicisti, quando fanno una menosissima canzone di quasi sei minuti che è un brutto tentativo di imitare la "Jesus of Suburbia" dei Green Day (anche se invece l’epica power ballad finale, "The Angel and the One" è molto suggestiva).
Una canzone: Heart Songs, perché quando arriva a parlare di Nevermind mi commuovo tutte le volte.

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5 commenti

  1. ValeriaR30

     /  gennaio 3, 2009

    Davvero interessante, grazie mille delle dritte…
    …insomma devo decidermi pure io a fare questa benedetta classifica!!! 😀

    Rispondi
  2. anonimo

     /  gennaio 3, 2009

    ha ha ha. . . .
    angus young:
    io adoro quell’uomo!
    🙂 mara

    Rispondi
  3. alexdoc

     /  gennaio 5, 2009

    dio…anzi, il mondo strabenedica e conservi in eterno gli “Accadacca”!

    A proposito, in tema di “a volte ritornano” c’era pure l’immarcescibile David Coverdale e il suo Serpente Bianco, se solo qualcuno oltre a me se ne fosse accorto. Ma sono contento che li hai citati, nessuno lo fa mai abbastanza. Grazie, ti sei meritato pure un PVT! Ho sempre detestato le classifiche di merito di fine anno, ma non le liste come questa tua, e farò altrettanto (l’avevo già pensato, non ti ho rubato l’idea!)

    http://alessandrocker.splinder.com

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  4. anonimo

     /  gennaio 7, 2009

    magari non te ne frega nulla, ma io sono un passo avanti: i baustelle mi fanno cacare.
    Invece concordo su caparezza, davvero un grande album. e a proposito di concept album, Ottavio della Bandabardò (che a te fa cacare ^__^) non mi è sembrato granché, ai primi ascolti mi piace meno del precedente.

    Rispondi
  5. anonimo

     /  gennaio 19, 2010

    -L’igiene è l’insieme delle competenze e delle tecniche da applicare da parte di individui di controllo dei fattori che esercitano o possono esercitare effetti negativi sulla salute. L’igiene personale è il concetto base di pulizia, grooming e cura del nostro corpo. Vi raccomando anche di migliorare la loro vita cheap viagra

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