E dopo l’opera, i cavalli!

Una delle cose che più mi danno fastidio dell’approccio che ha in media la gente ai Queen è che il giudizio, buono o cattivo che sia, si basa nel 93,7% dei casi sulla conoscenza di un pugno di canzoni: quelle contenute in Greatest Hits II e quelle contenute in Greatest Hits I (e se va bene qualcosa da Live at Wembley). Succede anche con altri musicisti, ma con i Queen mi dà particolarmente fastidio perché sono forse il gruppo che ho ascoltato di più (da quando avevo 11 anni, fate voi) e nella cui discografia mi muovo più a mio agio.
Già un paio di anni fa avevo approfittato dell’anniversario della morte di Freddie per proporre un "best of" alternativo.
Oggi, pungolato dal post di Silvia, vorrei dedicarmi a un album.
Il disco è "A day at the races", uscito un anno dopo "A night at the opera" e considerato, a torto, una specie di raccolta di scarti del disco precedente.
Una sorte abbastanza ingiusta, considerato che forse, nel complesso è un’opera più solida, anche se meno appariscente e fresca, del disco che l’ha preceduta. Con un paio di colpi da maestro.
Ma andiamo con ordine.

Tie your mother down
Qua me la cavo in breve perché ne avevo già parlato. Aggiungo solo che l’introduzione del disco è una scala riprodotta al contrario che dà l’illusione sonora di salire continuamente di tono. Un giochino a cui, pare, May arrivò per puro caso (mentre mi immaginavo che da bravo secchione avesse trascorso notti insonni a fare equazioni per ottenere l’effetto).

You take my breath away

"Salve, sono Freddie Mercury e sono un figo". Aperta da un’intera orchestra di voci armonizzate (tutte sovraincisioni dello stesso Mercury), va avanti come una ballata per solo pianoforte (e milioni voci, che non trovo le parole per descrivere in italiano, quindi dico solo "breathy" e "haunting"). Fino a che non arriva Brian May a fare il violoncello con la chitarra. Poi falso finale, silenzio e le stesse voci dell’intro che tornano come un coro di fantasmi. Una versione più viscerale, dal vivo, sta qui.

Long Away
Pezzo un po’ minore nel repertorio, scritto e cantato da Brian May. La ritmica è suonata su una 12 corde elettrica per suonare più Beatles. Pare che nelle prime prove May avesse usato una Rickenbacker, poi scarata perché il manico era troppo sottile e non ci si trovava bene (se avete mai visto che razza di mazza da baseball è il manico della Red Special, capite il problema).

The Millionaire Waltz
Sorella delle canzoni più vaudeville del disco precente, parte come un valzer da operetta, con un Deacon in gran spolvero e May impegnato a far suonare la chitarra come qualsiasi cosa che non sia una chitarra. Poi rallenta, si fa arioso, scorre dipingendo larghe volute come il Danubio, si ferma e riparte come un pezzo hard rock. Poi si ferma di nuovo e c’è tutto un assolo di chitarra in punta di plettro che sarebbe piaciuto agli Strauss (a dire il vero è impossibile non pensare alla scena del ballo di Top Secret. Non quella del teatro, quella dove lui e lei continuano a parlare mentre sono impegnati in improbabili coreografie), finito il quale si torna all’inizio.
Insomma, un gran casino. E una delle più belle e sorprendenti canzoni dei Queen. Che non conosce nessuno.

You and I
John Deacon scriveva poco. Ma quando lo faceva sapeva dove mettere le mani. Tipo qua, dove alterna con grande nonchalanche parti pop a un bridge pungente e frizzantino. Se per caso date un’occhiata alle progressioni armoniche del tutto, comunque, c’è da impazzire.

Somebody to love
Vabbeh, questa la conoscete tutti. Ascoltatevi la bella cover che ne fece Mia Martini.

White Man
Quando Brian May si mette in testa di fare roba ignorante, c’è poco da fare. La fa.
Qui tira avanti un riff neanderthaliano, non molto originale ma efficacissimo, su cui Mercury fa il suo sporco lavoro da par suo. (anni dopo, un riff simile lo tireranno fuori i Manowar)

Good old fashioned lover boy
Questa sta anche nel Greatest Hits. Un po’ Beatles nel ritornello, un po’ glam nel bridge, molto Queen nella divertita ironia di fondo.

Drowse
Per diverso tempo è stata una delle mie canzoni dei Queen preferite. Roger Taylor in una nuova incarnazione del suo personaggio "sono un ribelle mamma" si dà a un epica elegia del tempo che passa e si porta via i ragazzi che si è stati. C’è una chitarra con suonata con lo slide. C’è il phaser. Ci sono tom profondi come la fossa delle Marianne. C’è la voce cartavetrosa di Roger. Ci sono strofe come "It’s the fantastic drowse
Of the afternoon Sundays That bored you to rages of tears, The unending pleadings To waste all your good times In thoughts of your middle-aged years". E la beffarda chiusa, dopo tutto questo filosofeggiare: "Waves of alternatives wash over my sleepiness, Have my eggs poached for breakfast I guess".

Teo Torriate (Let us cling together)
E si chiude con un’altra ballad, questa volta scritta da May come omaggio ai fan giapponesi, da sempre entusiasti del gruppo (ma non vale, i giapponesi sono entusiasti di chiunque. Il giorno che i giapponesi svilupperanno un gusto musicale sensato, centinaia e centinaia di cialtroni in tutto il mondo occidentale saranno costretti a trovarsi finalmente un lavoro). Ha qualche somiglianza con Dream On degli Aerosmith nella strofa (più di qualche, forse), ma è notevole soprattutto per due cose: la prima è che c’è un ritornello cantato in giapponese. La seconda è che appena un paio di anni dopo, nel testo di Let me entertain you, gli stessi Queen si autosfotterano per l’aver cantato in giapponese. Gli Styx di Mr. Roboto l’avranno mai fatto?
(il disco si chiude con la stessa scala con cui era iniziato, per la cronaca).

Ripetendo la dicotomia bianco/nero già adottata sui due lati di Queen II, la notte all’opera e il giorno alle corse sono due facce della stessa medaglia. Più solare e cristallino, pur negli innumerevoli artefici di studio il primo, più cupo e barocco il secondo. Più compatto come disco il primo, più bello e compiuto a livello di singole canzoni il secondo.
E’ un disco, anche, che chiude una fase.
Nel disco successivo, News of the world, useranno arrangiamenti meno complessi, più strettamente "rock". Idem con Jazz.
Poi scomparirà pure il bollino "no synth", ma quella, come dicono in Conan, è un’altra storia…

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6 commenti

  1. Shulypoo

     /  novembre 25, 2008

    Sai che quando linki un post altrui sul post altrui appare un commento con un tuo quote? Beh per un bel po’ ho letto l’intro del tuo post (su come te la prendi con l’approccio qualunquista ai Queen) in quel commento, convintissima di averla scritta io quella frase in qualche post passato. Questo per dire quanto mi trovi d’accordo :p

    Che momenti lollosi ogni volta che scopro che Drowse non la conosco solo io (a volte mi scordo di essere la fan di uno dei gruppi più popolari degli ultimi decenni), l’ho adorata per anni ^^. Ma non mi dire cose brutte di Long Away, che mi piace parecchio (in qualche modo la accosto a Some Day One Day, mah)…

    E sì, questo è proprio l’ultimissimo – già in parte alieno – album dei “miei” Queen preferiti (con tutto che a me piacciono pure robe come Hot Space). Guarda te se si può aver nostalgia di cose vissute con 20 anni di differita…

    E ora tiriamo a sorte per chi si fa News of the World?

    Rispondi
  2. seaweeds

     /  novembre 26, 2008

    Quando torno in Italia ti do un pugno per aver detto che Millionaire Waltz non la conosce nessuno.

    Rispondi
  3. scott.ronson

     /  novembre 26, 2008

    shuly: adesso hanno risolto, ma una volta il commentino appariva anche quando citavi tuoi vecchi post…
    Long Away non è che non mi piaccia è che… boh, sembra il modello delle sigle degli Oliver Onions (che non è che non mi piacciano, ma…).
    Per Notw, non so. Però forse ho da dire più cose su jazz…

    Seaweeds: ma non parlo di noi Eletti. Solo che in un mondo più giusto tutti direbbero “ah, i queen! Quelli di Millionaire Waltz!”

    Rispondi
  4. Torgul

     /  novembre 30, 2008

    Sempre detto, io, che c’è qualcosa che non andava…

    http://waiterrant.net/?p=680

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  5. anonimo

     /  dicembre 1, 2008

    Mio. Album. Dei. Queen. Preferito.
    E non dico altro. Grazie Ale che mi apri un mondo nuovo coi commenti musicofili-musicologici…io da capra qual sono vado solo di emozioni. E lì dentro ce ne sono tante, e di tanti tipi. Sì

    Rispondi
  6. scott.ronson

     /  dicembre 2, 2008

    torgul: chiaro, infatti non hai visto come l’altra sera davanti al gioco degli elfi gay ho sentito l’immediato bisogno di andare a prendere il mac?

    silvia: 🙂

    Rispondi

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