L’ha detto pure Tina Turner

Tanti anni fa, mi faceva una certa impressione l’idea che essere stati fan dei Nirvana aveva voluto dire essere in qualche modo i "mandanti" del suicidio di Kurt Cobain.
Idea che era, palesemente, una stronzata, perché il ragazzo aveva i suoi problemi a prescindere dal successo o no. E probabilmente, presto o tardi, sarebbe comunque andata a finire in quel modo. Oggi, invece, sono piuttosto certo del fatto che avere acquistato o letto Gomorra voglia dire avere contribuito alla condanna a morte del suo autore.
Non è un paradosso buttato lì tanto per dire qualcosa sull’argomento, ma semplicemente una constatazione.
Non sono state le minacce di morte, arrivate all’incirca due anni fa, a far volare le vendite di Gomorra. Il libro si era mosso bene, si era innescato un buon passaparola, l’ufficio stampa aveva fatto bene il suo lavoro e del libro (e del suo autore) si parlava abbastanza.
Troppo, forse.
Le organizzazioni criminali non amano uccidere, perché gli omicidi sono sempre atti eclatanti che attirano l’attenzione. Lo fanno quando, per un motivo o per l’altro, devono mandare dei messaggi (c’è un passo molto bello in un Montalbano recente, sulla semantica dell’omicidio di mafia) o quando le cose stanno sfuggendo di mano. L’omicidio è per loro un po’ quello che per gli stati è la guerra.
Di solito, il grosso delle attività di queste realtà è svolto più sottotraccia, in silenzio, in un’area grigia di connivenze e non-visto (volontario o meno) che fa comodo un po’ a tutti. O che finisce per generare abitudini alle quali non si fa quasi più caso.
(Excursus: a Duisburg, davanti al ristorante in cui vennero uccisi i sei tizi, qualcuno lasciò, il giorno dopo, un cartello con scritto "Warum?", cioè "perché?". Che a noi italiani forse è sembrata una domanda terribilmente ingenua, ma che in un paese civile dovrebbe invece essere assolutamente legittima)
Ecco, Gomorra parla di tutto questo.
E lo fa estremamente bene. Lo fa in un libro che funziona, che riesce a raggiungere un gran numero di persone. A questo punto, solo a questo punto, scattano le prime minacce serie. Quelle per le quali Saviano viene messo sotto scorta e che rilanciano ulteriormente le vendite del libro.
Ora, giustamente, dopo due anni di vita blindata, Saviano non ne può più. E non è difficile capirlo.
Non lo è anche perché, se ci si pensa, che cosa ha davvero cambiato, Gomorra?
Io tutti i giorni in treno, questa primavera, vedevo qualcuno che leggeva Gomorra.
Ma tutto questo, che cambia?
Dice: ma oggi siamo più consapevoli.
Perfetto; e una volta che siamo più consapevoli, che cambia?
Da dove cominciamo a smantellare un potere economico di quelle dimensioni, avvinghiato come un polpo all’economia nazionale?
E poi: davvero qualcuno ha intenzione di farlo?
E allora mi viene da chiedere: Roberto, ma chi diavolo te l’ha fatto fare?
Vivere segregato, per cosa?
E’ vero, oggi la strage di africani fatta dai casalesi è sulle prime pagine dei giornali e cinque anni fa un episodio simile non era nemmeno uscito dalla regione, ma la foresta che cresce dell’economia criminale ci finisce davvero mai sulle prime pagine?
Siamo sempre lì, ci piacciono i mafiosi quando sono facili da capire, rassicuranti belve assetate di sangue, così diversi da noi.
Restare qui e farsi ammazzare, ma per cosa, ma per chi?
Parti e riprenditi, se puoi, la tua vita.
Non è una sconfitta. Non la tua, almeno. Tu quello che deve fare uno scrittore l’hai fatto.
Vai via e mostra in tutta la sua meschinità la sconfitta di uno stato che più che boccheggiare e schierare attorno ai bersagli carne da cannone non sa e non vuole (o non può) fare.
Vivi e scrivi.
Che abbiamo più bisogno di scrittori da leggere che non di eroi da commemorare.

update: Desavianizzare Saviano, di Giuseppe Genna.

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3 commenti

  1. Comedian

     /  ottobre 17, 2008

    Bell’articolo.
    Pero’:
    “mostra in tutta la sua meschinità la sconfitta di uno stato che più che boccheggiare e schierare attorno ai bersagli carne da cannone non sa e non vuole (o non può) fare.”
    Ora, io non so cosa significhi vivere in un territorio infestato dalla mafia, quindi probabilmente il mio giudizio e’ distorto, ma non credi che prendersela solo con lo Stato per come stanno andando le cose sia un po’ riduttivo?
    In altre parole, quando la gente non riesce a concepire un mondo senza mafia o quando non ha la volonta’ di cambiare le cose, che e’ poi la stessa cosa, non credi che qualunque cosa faccia lo Stato sia, in ultima sintesi, inutile?
    Lo Stato ha delle grosse mancanze nella gestione del problema camorra, ma non credi che scaricare il problema solo su di esso sia ormai diventato un comodo scaricabarile per non guardare in faccia la realta’?

    Ad esempio:
    http://tv.repubblica.it/copertina/saviano-fatti-i-fatti-tuoi/25227?video
    Oh, non mi aspettavo, beninteso, una appassionata presa di posizione, ma quantomeno un dignitoso silenzio. E non venitemi a dire che questa e’ (solo) paura perche’ non ci credo.

    Rispondi
  2. scott.ronson

     /  ottobre 17, 2008

    Il punto è che le organizzazioni criminali sono, di fatto, un altro stato.
    Ormai, i leghisti più convinti fanno quasi tenerezza quando parlano di “secessione”, perché altrove interi pezzi di territori sono già da tempo al di fuori del controllo dello stato.
    Quindi sì, dico che non può o non vuole perché mi appare piuttosto evidente come una reale lotta a mafia, camorra e affini non potrebbe che finire col configurarsi come qualcosa di tremendamente simile a una guerra civile.

    Rispondi
  3. seaweeds

     /  ottobre 20, 2008

    Ho impiegato quattro giorni per capire il titolo.
    Poi ho cominciato ad avvicinarmi passando da Proud Mary a River Deep, Mountain High.
    Alla fine ho capito: Simply the best!

    Vaccate a parte… Ti volevo linkare il video di Repubblica che ha già linkato Comedian, ma arrivo tardi. Comunque, quando “fai così”, sei più lucido di mille articoli e approfondimenti.

    Rispondi

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