Paperback writer

tbngr

Per chi ne avesse voglia, qua sotto trovate un capitoletto estratto da una storia che probabilmente non finirò mai e che si intitola "Turbonegro" (come potete vedere sopra, sono una persona molto pratica: la storia non è finita, ma ho già pronta la copertina). Non ha particolari pretese, se non quella di essere un esercizio di stile alla Garth Ennis. Di conseguenza troverete volgarità gratuite, blasfemia (pesante blasfemia) e un tocco di violenza che fa sempre fine e non impegna.
Se, detto questo, desideri leggerlo uguale, sta qui sotto. Altrimenti, amen.

Non era sempre stato così, Andy.
C’era stato un tempo in cui era stato pulito. Pulito, sobrio, presentabile.
C’era stato un tempo in cui era stato un figlio modello. Uno studente disciplinato e diligente.
Niente a che vedere con il rottame umano che si trascinava di qua e di là alla ricerca di qualcosa da fumare, iniettarsi, calarsi, sniffare.
I tempi sani erano finiti più di due decenni prima, per Andy.
Non è che fossero finiti tutti d’un colpo, certo.
C’era stata una discesa, una lunga discesa che aveva portato il suo culo flaccido fino allo sgabello del bar.
Tutte le volte che pensava al momento in cui la strada aveva iniziato a declinare, a Andy scappava da ridere. Era iniziato tutto quando preparava gli esami finali della scuola.
Andy era stato uno studente in gamba, fino a quel momento. Non era intelligente, ma, bisognava dirlo, aveva una forza di volontà straordinaria. Stava ore a fissare le pagine, quasi sfidandole, fino a che i concetti non gli entravano in testa. Quattro anni di questo metodo di studio feroce e metodico lo avevano portato agli esami finali con dei voti buoni, decisamente buoni.
Le prospettive di uscire da lì con una votazione di tutto rispetto capace di aprirgli le porte di qualche grosso college c’erano tutte.
Ma Andy aveva deciso che non era abbastanza. Che voleva finire in grande, fottendoli tutti, lasciandoli a bocca aperta a guardare stupiti lui che si allontanava di lì alla velocità della luce.
Si era messo a studiare ancora più duramente di quanto non avesse mai fatto, con ritmi e obiettivi massacranti. Pensava di farcela, di doversi solo impegnare un po’ più del solito e di portare a casa il risultato.
Gli erano bastati due giorni per rendersi conto che era un’impresa disperata, che dopo quattro anni tirati al massimo non ce l’avrebbe mai fatta a tenere quei ritmi. Aveva bisogno di qualche aiuto.
Il primo passo fu semplice. Passò dal caffè americano all’espresso.
Andò in un negozio e si comprò una macchina italiana.
Arrivato a casa la accese, mise il caffè macinato nel filtro e attese che la caldaia andasse in pressione. Quando ebbe la sua tazzina di caffè tra le mani, si sentì un po’ deluso. Come avrebbe mai potuto fargli effetto, quello sputo di caffè?
Bah, si disse, ormai è fatta. Ci soffiò sopra per raffreddarlo un po’ e poi lo buttò giù tutto d’un fiato.
Fu come se un mulo gli avesse preso a calci lo stomaco. Il caffè era bollente e amaro. Per un istante credette di morire.
Poi sentì qualcosa.
Palpitazioni, per un attimo. E subito dopo, una grande energia. Una grandissima energia. Sembrava che il suo cervello si fosse svegliato e fosse impaziente di mettersi a lavorare.
Quella notte studiò ininterrottamente, fermandosi solo di tanto in tanto per fare rifornimento di caffeina.
Crollò sul tavolo verso le sette e mezza di mattina. Il suo corpo era a pezzi, non ce la faceva più. Ma la mente no. Era sveglia e pronta all’azione come non mai.
Andy passò le ore più brutte della sua vita, quella mattina. La sua testa era divisa in due. Una parte cercava di fare quello che fa quando si sogna. L’altra restava sveglia e vigile. Era come se stesse guardando se stesso che dormiva e sognava.
Riuscì a muoversi solo attorno a mezzogiorno, stordito ma in qualche modo affascinato dall’esperienza. Si fece un altro caffè, una doccia, buttò giù un boccone, un altro caffè, questo molto zuccherato, e poi riprese a studiare. Solo un paio d’ore, prima che gli venisse una grande idea.
Fece una caraffa di caffè solubile e poi la mise nel serbatoio della macchina per l’espresso al posto dell’acqua. I risultati gli regalarono un’altra giornata di studio intensissimo e poi un’altra ancora.
A quel punto si rese conto di sentirsi di nuovo stanco. In parte perché aveva dormito forse otto ore in tre giorni, in parte perché si stava assuefacendo al caffè.
Aveva bisogno di qualcos’altro.
Cercò sull’enciclopedia, alla voce “eccitanti”.
Mezz’ora dopo era di ritorno a casa con un sacchetto di pastiglie di guaranà comprate da un’erboristeria hippy.
Le pastiglie durarono sessantasei ore precise, quelle che trascorse sveglio a studiare nei tre giorni successivi. Andy iniziava a sentirsi davvero male.
La privazione del sonno stava giocando brutti effetti sulla sua mente. Il problema più grosso era che il cervello si era messo a fare, mentre lui era ancora sveglio, quello che di solito fa durante il sonno: pasticciare con le cose.
Andy vedeva cose, persone, muoversi per la stanza. A volte gli sembrava che i libri si muovessero, se ne andassero in giro per la casa animati di vita propria.
Poi si era messo a parlare da solo, per quanto fosse convinto di stare conversando con la madre del generale Washington, vestita come una punk londinese. Per fortuna o purtroppo per lui, Andy era solo in casa: i suoi genitori erano partiti per un viaggio in Europa, per non stargli tra i piedi mentre studiava.
Non ci fu nessuno a soccorrerlo quando finalmente collassò, stremato. Dormì ventiquattro ore filate.
Quando riprese conoscenza si rese conto che era veramente a pezzi.
Peggio ancora, né il caffè né il guaranà erano più sufficienti a farlo stare in piedi. E non poteva fermarsi, assolutamente.
Fu così che Andy fece un paio di telefonate prima e il suo trionfale ingresso nel mondo delle anfetamine poi. Fu mentre le comprava da un tizio che lo aveva accolto in casa sua vestito come Elvis negli spettacoli a Las Vegas che gli venne in mente un’altra idea strepitosa. Lo sanno anche i bambini che Elvis a Vegas andava avanti a botte di eccitanti per fare gli spettacoli e di tranquillanti per dormire dopo. Poteva fare anche lui così, alternare le due cose e avere il controllo assoluto sui suoi cicli di sonno e veglia.
Sentendosi un genio, andò in farmacia a comprare una boccetta di Valium.
Come fu che riuscì a non ammazzarsi e ad arrivare vivo agli esami finali, è un mistero.
Come fu che riuscì a ottenere il punteggio più alto di tutta la contea è un altro mistero.
Andy arrivò ad Harvard ridotto già abbastanza male. In teoria, studiava Scrittura Creativa, ma in pratica il suo unico interesse erano le droghe.
Resse bene per quasi tutto il primo semestre, intanto che faceva conoscenza con un sacco di nuovi amici, chimici e umani. Quali fossero i più dannosi è difficile dirlo.
Andy non ricorda bene nemmeno perché o quando esattamente lo hanno cacciato da Harvard. Ricordava solo che una mattina si era svegliato a dormire sul pavimento della casa di Rabbit Jim. Le sue valige erano accatastate in un angolo.
Ok, si era detto, ecco la mia nuova eccitante vita.
Aveva provato a telefonare ai suoi genitori per farsi mandare qualche soldo, ma suo padre gli aveva attaccato il telefono in faccia, urlando qualcosa che finiva con “morto”.
Andy aveva capito che non era il caso di riprovare.
Si era adattato alla vita randagia e balorda e aveva finito per sguazzarci dentro.
Avendo provato qualsiasi sostanza in circolazione, era un consulente piuttosto richiesto nell’ambiente del commercio dei bassifondi. Da quell’attività tirava su i pochi soldi che gli permettevano di tirare avanti.
Ma in realtà, Andy aveva un sogno. Un grande sogno.
Diventare uno scrittore. Fargliela vedere a quei fighetti di Harvard. Metterglielo nel culo a quei bastardi che l’avevano cacciato. Risorgere dalla strada e scrivere il Grande Romanzo Americano per il ventunesimo secolo. Diventare ricchissimo e potersi comprare solo le droghe migliori.
Le prime trenta cartelle del suo lavoro, un centesimo appena del titanico colosso che aveva in mente, stavano nell’hard disk di un vecchio portatile che aveva preso da un ricettatore. Raccontavano il risveglio di Alexis O’Carlos, il suo protagonista, un assicuratore di mezza età, tra le cosce di una prostituta di Bagdad, vestito come Alice Cooper. L’allegoria era chiarissima, secondo Andy. Solo che non aveva ben chiaro quale fosse il suo significato. Quando aveva visualizzato la scena era certo che sotto a essa ci fosse una chiave di lettura assolutamente lampante, ma poi se l’era dimenticata. La parte finora scritta proseguiva poi con il vagare di O’Carlos per i corridoi della stazione orbitante Discovery, alla ricerca dell’orsacchiotto con il quale dormiva da bambino. La vicenda si interrompeva sul più bello, cioè quando entrava in scena il personaggio femminile, senza nome, una giovane insegnante di stenografia costretta a prostituirsi per poter realizzare il suo grande sogno: comprare tutte le canzoni in vendita su iTunes.
Ma Andy era conscio che non poteva presentarsi così di punto in bianco a un editore con un romanzo a chiave di quelle dimensioni e di quella portata.
C’era da fare la gavetta, iniziare da cose più piccole. Scrivere per la tv, magari.
“… e così una sera non ti incontro questo tizio della Abc, in una bettola dalle parti del Queens?” stava dicendo a Sal, il suo barista preferito.
Sal lo stava ad ascoltare. O almeno sapeva fare finta bene.
E poi da Sal c’era un buttafuori un po’ mezzasega, che non gli faceva troppo male quando veniva il momento, perché il momento veniva sempre, di sbattere il suo culo fuori di lì.
Sal puliva un bicchiere con aria annoiata, annuendo distratto ad Andy. Gli era parso di vedere entrare una donna nel suo locale. Quando era entrata l’ultima che riusciva a ricordarsi, Kurt Cobain aveva ancora una faccia.
“Ah sì?” disse dopo essersi reso conto che era solo un dannato frocio con i capelli lunghi.
“Già, proprio così” rispose Andy. “Lavorava alle serie tv. Allora io gli dico che sono uno scrittore. Che è quasi vero. Ho pubblicato qualche racconto qua e là, all’università. Niente di che, ma insomma, il nome su dei cazzo di pezzi di carta con su le mie storie c’è. E allora inizio a proporgli un po’ di idee per quella serie del cazzo, sai quella dei tizi e delle tizie che abitano sullo stesso pianerottolo, quella in cui c’è l’ebreo stupido e l’italiano arrapato e quell’altro che è figlio di un frocio? Friends, mi pare. Lui mi ascolta per un po’, io, amico se stavamo bevendo forte quella sera, vado avanti per un po’, e sono lì che sono un fiume in piena di battute, situazioni, gag, e vado avanti, avanti, avanti, fino a che non mi devo fermare per lubrificare un po’ la gola e allora quello mi guarda e dice: ‘Non è una nostra serie. E ha chiuso tre anni fa’. Cazzo. Io lì per lì ci resto un po’ di merda, hai presente, no? Però, insomma, l’amico mi ha ascoltato, non se ne è mica andato. Voleva dire che gli piaceva quello che sentiva.”
“O magari era troppo sbronzo per andarsene” disse tra sé e sé Sal.
“Come?”
“Niente, niente, vai avanti. E allora, dopo?”
“E allora decido che è il caso di fare sul serio e gli racconto la mia idea per una sit-com da fondere il cervello, amico. Senti qua: c’è questo cazzone, un tipo alla John Belushi, lo immagini? Ok, allora c’è questo cazzone che un sabato sera è sbronzo con gli amici. E gli viene in mente che sarebbe divertente andare il giorno dopo a prendere un sacco di ostie consacrate e mangiarsele tutte. Fare ‘un’indigestione di Cristo’. Forte, no? Allora il giorno dopo, si mettono d’accordo, sono un po’ di amici, vanno a tante messe diverse, quelle cattoliche dove il prete l’ostia te la mette in mano invece che in bocca e loro la prendono, fanno finta di ingoiarla e invece se la mettono in tasca. Poi si vedono la sera e le ostie sono davvero un mucchio. Il nostro protagonista allora fa un colpo di mano, le prende tutte, si chiude in uno sgabuzzino e le ingoia tutte. Poi esce dicendo: ‘domani cagherò fuori il fottuto nazareno’. Grasse risate, ubriacatura generale.
“Stacco. Il giorno dopo il nostro amico è in cesso e sta facendo la cagata più faticosa della sua vita. È lì, tutto rosso in viso, che spinge, spinge, spinge e non viene fuori un cazzo. Allora spinge ancora più forte, sempre più forte, fino a che non succede qualcosa. Lui vola in avanti, di botto. Quando si volta, dalla fottuta tazza del cesso chi ti spunta fuori? Gesù!”
“Cristo!”
“Proprio lui!”
“No, Andy, era un’esclamazione.”
“Ah. Forte, vero? A questo punto Gesù dovrebbe voltarsi verso la telecamera e fare ‘Heeey’ come Fonzie, hai presente Fonzie, no? Insomma, per farla breve, Gesù è un sacco contento di essere tornato sulla Terra.”
“Perché così può redimerla?”
“No, amico! Perché può fottutamente spassarsela! L’ultima volta che suo padre lo aveva lasciato andare giù gli aveva dato il coprifuoco a trentatré anni. E non è che l’avesse fatto tornare indietro in carrozza, se capisci cosa voglio dire. Fottuti chiodi da nove pollici nei fottutissimi polsi, hai presente? E tutto il resto. Poi lo aveva rimandato indietro ancora per un po’ così per fare un bis, ma niente di che. Adesso invece Gesù è libero di fare quello che vuole. Perché?, mi chiedi. Semplice. Perché al vecchio della Terra non frega più un cazzo. Si è fatto buddista attorno al 1765 e adesso se ne sta tutto il giorno in camera sua con una tunica arancione a fare ‘hare krishna’ e stronzate varie. Quindi immaginati: abbiamo un ciccione pomicione privo di scrupoli e il figlio di Dio, con tutti i suoi poteri, affamato di figa. E adesso non è più in una fottuta arabia dove tutte le donne hanno i baffi e peli sulle gambe come lo yeti. Adesso è in America. Credimi, è un’idea grandiosa!”
“E il tuo amico dell’Abc che ha detto?”
“Niente. Ha preso la bottiglia di whisky per il collo, l’ha sbattuta contro il bordo del tavolo e ha cercato di uccidermi. Non ho idea di che cosa gli sia preso. Per fortuna ci hanno divisi. Il buttafuori di là mi ha dato talmente tante botte che mi sono svegliato in ospedale.”
“Non hai più visto il tuo amico dell’Abc?”
“No.”
Sal guardò l’ora. Poi guardò il calendario.
“Allora forse questo potrebbe interessarti” disse cambiando canale sul televisore appeso dietro al bancone.
L’immagine cambiò di colpo dalla replica di un vecchio poliziesco all’interno di un appartamento. Sdraiato sul divano, con una pezzuola sulla fronte, c’era Jim Belushi. In piedi davanti a lui, un ragazzo magro, con i capelli biondi lunghi e la barba incolta, vestito da hippie.
“Questa è l’ultima volta che ti chiedo di trasformare l’acqua in vino, JC. Giuro. Stamattina mi sono svegliato con una specie di sasquatash nel letto. È tutta la mattina che sputo palle di pelo, sembro un dannato gatto” diceva quello sul divano.
“Ora capisci perché la prima volta ho deciso di lasciar perdere le donne?” rispondeva l’altro ammiccando verso la macchina da presa.
Seguiva uno scroscio di risate su nastro.
“Che cosa cazzo è quello?” urlò Andy.
“Si chiama ‘JC & I’” rispose Sal. “Non la conosci? È la serie del momento, per l’Abc.”
“Quella è la mia serie! È la mia fottutissima idea! Quel figlio di puttana, aspetta che lo becchi… io lo… bastardo figlio di mille padri, aspetta che gli metta le mani addosso e io…”
Andy era balzato in piedi e urlava avanzando verso il televisore, agitando i pugni nel vuoto.
“Andy, lo sai che abbiamo un patto, vero?” disse Sal con voce piana, facendo un cenno verso il buttafuori.
Andy si calmò immediatamente. Abbassò il capo come un bambino colto con le mani nel sacco e si limitò a dire:
“Sì, abbiamo un patto. Avanti, adesso arriverà Bimbo e mi butterà fuori, giusto?”
“Quasi. Stasera Bimbo è malato. Ha mandato un suo amico a sostituirlo. Forza Killer, accompagna alla porta il signore.”
Andy alzò gli occhi e incrociò lo sguardo omicida del fratello maggiore di Hulk Hogan.
Sullo schermo, intanto, una bionda mozzafiato vestita solo di un asciugamano usciva dalla stanza di JC, mormorando: “Uhhh, la trave nel mio… occhio”.

Quando il culo di Andy toccò terra fuori dal locale, lo fece con violenza.
Killer si era premurato di lanciarlo con quanta più forza aveva in corpo.
Andy decise di restare qualche minuto per terra, prima di rialzarsi. Qualche minuto per ricapitolare la sua condizione esistenziale.
Di solito gli faceva bene. Nel senso che dopo quindici secondi si rendeva conto che non era il caso di andare avanti e si rialzava.
Funzionò così anche questa volta.
Si rialzò, ricacciò indietro il dolore, la rabbia e la sbornia e si mise a camminare.
Non aveva una meta, aveva solo bisogno di muovere un po’ i piedi e di decidere che cosa fare con il bastardo che gli aveva fottuto l’idea della sit com.
Dopo un paio di migliaia di passi, Andy si era quasi convinto che la soluzione migliore fosse procurarsi una pistola, scoprire dove lavorava il porco, aspettarlo fuori, scaricargli addosso un caricatore, pisciare sul cadavere e poi che succedesse quel che doveva succedere. Tanto, peggio di così non poteva andare.
Fu allora che Andy si rese conto che era finito in un vicolo cieco.
Si voltò, ma alle sue spalle era comparso qualcuno.
La luce del lampione lo illuminava a malapena. Si intuiva solo che era grosso. Più grosso del buttafuori di poco prima.
Stava fermo in mezzo al vicolo, in jeans e maglietta a maniche corte.
Andy fece finta di nulla. Continuò ad avanzare, sperando di poterlo oltrepassare senza problemi.
Fu quando fu abbastanza vicino da vederlo in volto che trasalì. Trasalì perché in qualche modo il viso di quel negro colossale che gli sbarrava la strada (perché era quello che stava facendo, gli stava sbarrando la strada, era chiaro) gli ricordava qualcuno o qualcosa.
Ma soprattutto trasalì perché vedendolo aveva capito in un lampo che cosa mancasse al suo Grande Romanzo Americano: mancava la negritudine. Mancava un personaggio i cui antenati venivano sradicati dall’Africa. Un ragazzo nato e cresciuto a New York che quando compie diciotto anni si intrufola nello zoo del Bronx per uccidere un leone e poter diventare uomo come i suoi progenitori. Un personaggio la cui storia sarebbe scorsa parallela a quella degli altri personaggi, a simboleggiare un’unità culturale impossibile e irrealizzabile.
Andy si sentì percorso da una nuova energia, nuove ispirazioni, nuovi impulsi.
Al diavolo quel segaiolo della Abc e le sue stronzate su Gesù. Lui avrebbe finito il suo romanzo, ora che aveva capito che cosa gli mancava. Avrebbe finito il suo romanzo e lo stronzo plagiatore sarebbe stato solo un’altra testa sulla quale avrebbe cagato dall’alto del trono dell’eccellenza letteraria sul quale si sarebbe seduto.
Ma questa fu la penultima cosa che passò per la testa di Andy.
L’ultima fu un proiettile, sparato a bruciapelo dalla .357 Magnum del negro.
Il colpo lo centrò in mezzo alla fronte.
Entrò aprendogli un buco del culo in mezzo alla fronte e uscì portandosi dietro la parete posteriore del cranio. La sua testa si ruppe come un uovo alla coque, eruttando materia grigia.
Ogni mattone del vicolo sembrò risuonare  per l’esplosione.

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2 commenti

  1. anonimo

     /  ottobre 14, 2008

    che siano distillati di un’incazzatura o esercizi di stile, i tuoi scritti sono sempre adorabili!
    io ho appena guardato riguardato straguardato “il cuoco il ladro sua moglie e l’amante” di peter greenaway: guardare riguardare straguardare!!
    p.s. prima o poi la leggo, la tesi 😉
    p.p.s. mara (pps per motivare la posizione della firmetta, altrimenti dovevo spostare il ps, ma non era la stessa cosa)

    Rispondi
  2. anonimo

     /  ottobre 26, 2008

    Mi piace un sacco… adesso però lo finisci che voglio capire perché l’ha ammazzato 🙂

    Rispondi

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