Cose metalliche (e dintorni)

Ieri, mettendo a posto delle cartelle sul computer, mi sono imbattuto in quella in cui avevo salvato il materiale usato per la mia tesi di laurea. Tesi che verteva sull’heavy metal e, più precisamente, sui Manowar (tra l’altro: l’ultima volta che ne avevo parlato, qualcuno nei commenti mi aveva chiesto di spedirgliela, cosa che, ehm, non ho mai fatto. Se avete la pazienza di scrivermi in privato all’indirizzo qui di fianco, giuro che stavolta la mando).
Anyway, quello che non ricordavo era di avere prodotto, nella lunga e travagliata stesura della cosa, un sacco di pagine che poi non ho mai usato. Rileggendole, si capisce il perché. In mezzo, però, c’erano anche un paio di paragrafi (che poi da qualche parte devo avere infilato, nonostante stessero in un file chiamato SCARTI) che mi piacciono molto.
Li pubblico qui di seguito, con tanto di bibliografia relativa.

Prendiamo per esempio l’importanza data alla dimensione del concerto dal vivo: la mitologia del concerto come momento di improvvisazione, di ri-creazione della propria musica, nonché quella del tour come momento in cui il gruppo musicale gira il mondo secondo le proprie regole, dandosi a comportamenti socialmente condannati come l’uso di droghe o la promiscuità sessuale nasce come conseguenza di un preciso problema di ordine logistico ed economico. Negli anni Settanta, il maggior mercato per la musica heavy metal era l’America del Nord, e “la maggior parte dei gruppi più importanti erano inglesi – Led Zeppelin, Black Sabbath, Uriah Heep, Humble Pie, Deep Purple, e così via. Questi contribuirono a istituire una delle principali caratteristiche del rock degli anni Settanta: i grandi tour” [Straw 1983, 102]. Una raccolta di recensioni della rivista Rolling Stone pubblicata all’inizio degli anni Ottanta indica come “zona strategica dell’heavy metal” la cosiddetta “fascia del frumento” [Marsh – Swenson 1983, 347], cioè una striscia di Stati (Kansas, Dakota del Nord, Oklahoma, Montana, Texas, Nebraska) che corre dal Canada al Messico, attraversando in verticale tutto il territorio degli Stati Uniti. Si può bene immaginare quali fossero le dimensioni di tour di questa portata, e quanto la noia potesse diventare un pericolo per i musicisti: a questo punto, la rilettura delle proprie canzoni in scena e i comportamenti devianti fuori da questa diventavano scelte quasi obbligatorie per combattere la ripetitività della routine. Lo stesso imbarcarsi in tour di dimensioni così vaste è una necessità dovuta al mantenere viva la propria fama presso il pubblico, in assenza di altre possibilità promozionali: ecco che quindi anche la vicinanza con il proprio pubblico, la mancanza di intermediatori nel rapporto con questo diventa qualcosa che entra nel mondo musicale per necessità di ordine commerciale, e alla quale vengono poi dati significati che ne facciano qualcosa di “naturale”.

***

In primo luogo, è necessario dire che la cultura heavy metal è caratterizzata da una forte marginalità. Nel sistema di diffusione mediatica della popular music la musica heavy metal ha una scarsissima diffusione, anche all’interno di emittenti specializzate in musica rock: per le sue caratteristiche formali, essa è considerata un prodotto apprezzabile (e apprezzato) solo da pochi. Per gran parte delle culture musicali, l’heavy metal rappresenta una forma di barbarie, un’anticultura incomprensibile e minacciosa [Lotman 1985]: in un articolo apparso su di un sito americano legato agli ambienti conservatori, e ispirato dall’uccisione durante un concerto del chitarrista metal Dimebag Darrell, il genere musicale in questione è definito rappresentare “squallore, bestialità, lordume (sia in senso metaforico che igienico), depravazione, malvagità e ignoranza di qualsiasi cosa”, e i suoi fan un assembramento di barbari ignoranti e semiumani, sudici tanto nel loro vestire quanto nel loro comportamento, intellettualmente incoerenti e, soprattutto, terribilmente mostruosi, fino alla deformità fisica”. Più sotto, allo stesso musicista si rinfaccia “la mancanza di raffinatezza, ingegno, stile, varietà emotiva e qualunque cosa che si possa avvicinare anche al minimo segno di un interesse intellettuale o musicale”. Per quanto l’articolo in questione sia certamente estremo, tanto nei contenuti quanto nella forma, proprio per questo mette chiaramente in luce quello che è l’atteggiamento comune nei confronti dell’heavy metal e dei suoi sostenitori. In molti prodotti mediatici, la figura del “metallaro” coincide con quella del teppista, del violento e del deviante, del resto.

In questo senso, l’heavy metal è il diretto discendente del primo rock and roll, ne conserva in parte i tratti di minaccia sociale, la fama di musica rumorosa e incomprensibile.
Secondo Straw, l’origine di parte di questi discorsi (diffusi anche nel mondo di quello che solitamente si definisce “rock” è da ricercarsi nel fatto che "L’estabilishment della critica rock statunitense diede un parere negativo sull’heavy metal, almeno nella forma che gli davano i musicisti inglesi. […] Nella prima metà degli anni Settanta, e particolarmente su Rolling Stone, la critica rock ha adottato sempre di più i termini della critica cinematografica giornalistica, valorizzando l’economia generale e i legami dell’artista con il repertorio della popular music americana. […] Una caratteristica prominente dell’heavy metal era il suo cospicuo rifiuto a fare ricorso alla storia o alla mitologia del rock in senso autocoscienze o genealogico. […] Tutto l’immaginario “ribelle” e anticonformista dell’heavy metal può essere visto in funzione delle sue aspirazioni mascoline e “dure”, piuttosto che come una conscia partecipazione alla crescente auto-riflessività del rock" [Straw 1983, 102-3].

In altre parole, per Straw, l’heavy metal ha iniziato a essere visto come una cultura estranea al rock in quanto ne usava gli stessi elementi per produrre significati per certi versi incomprensibili, e questo ha portato ha portato i musicisti metal ad adottare “una polemica populista, il cui punto centrale era il fatto che i critici avessero perso il contatto con i gusti di ampie fette del pubblico rock” [Ibid., 103].
Se guardiamo la questione dal punto di vista della cultura heavy metal, quindi, i termini della questione si ribaltano: è il mondo “normale” a essere visto come un’anticultura, dominata da regole e norme che non corrispondono a quelle della cultura osservatrice. I critici avrebbero creato, con il loro operato, un mondo culturale che valuta la musica secondo valori differenti e inconciliabili con quelli della cultura heavy metal.
Questa cultura barbarica e numericamente superiore è pericolosa perché può corrompere quella interna, e portare alla sua dissoluzione. Quindi il metal “fortifica” i propri confini, cercando di trattenere al loro interno i propri fan. In che modo viene fatto questo? Proponendo agli ascoltatori l’adesione a qualcosa che è più di un semplice progetto musicale, e cioè la condivisone di un rapporto esclusivo, inaccessibile a chi non appartiene a quella cultura.
Ecco allora che l’heavy metal si sposa con l’immaginario di prodotti mediatici ritenuti “di genere” e non apprezzati dalla maggioranza del pubblico: i film horror, la fantascienza, il fantasy costituiscono un serbatoio di oggetti culturali che vengono saccheggiati e utilizzati nelle parole delle canzoni, sulle copertine dei dischi, nelle scenografie dei concerti.
In tutto questo è insita la volontà di presentare se stessi e il proprio pubblico come facenti parte di qualcosa di estraneo e alternativo alla “normalità”. I generi citati costruiscono tutti dei mondi fantastici, all’interno dei quali agiscono forze e leggi che non appartengono al mondo del quale abbiamo esperienza, e richiamarsi a essi significa mettere in scena la stessa differenza che si presume esistere tra se stessi e il resto del mondo della popular music.
Una prima norma che potremmo indicare come tipica dell’heavy metal è quella che impone a chi si vuole presentare come esponente di questa musica di adottare un immaginario di riferimento che abbia degli elementi che permettano di distinguere in modo forte tra chi appartiene alla cultura in questione e gli “altri”.
Possiamo definire questa musica come caratterizzata da una tensione verso la collettività, piuttosto che sull’individualismo: in fondo, si tratta di creare un proprio pubblico che si presenti come già dato nella sua coesione, nel suo essere già interessato a certi temi e certi argomenti. Sostiene sempre Straw che, negli Stati Uniti, l’heavy metal “fornisca uno dei più puri esempi di coinvolgimento nella musica rock come attività subordinata, piuttosto che necessaria, alla formazione di un peer group” [Straw 1983, 109]. Allo stesso modo, per Signorelli il “metallaro” si “sente […] parte di una congregazione. […] però, il metallaro non è mai tanto sicuro di essere stato lui a scegliere la congregazione. Ha il dubbio che la congregazione abbia scelto lui” [1997, 19]. In altri termini, l’heavy metal vuole spesso presentarsi come una scelta naturale per i suoi fan, e come uno stile vita prima ancora che come una musica.
Non è quindi un caso che la sua dimensione naturale sia quella del gruppo, del complesso, mentre spesso la popular music è fatta di artisti che si presentano come solisti. Il gruppo è già una forma di comunità, nella quale esistono dei ruoli e delle competenze divise e specifiche, ma nel quale tutte le parti collaborano a un unico risultato. Inoltre, la retorica del tour della vita “on the road” formano l’immagine del gruppo come di una famiglia, una reale comunità attraversata da sentimenti che permettono di mantenerne la coesione. Infine, l’immagine del gruppo prevede una certa omogeneità nell’apparire dei musicisti, secondo codici di vestiario ben precisi, che nel metal si traducono in capelli lunghi, vestiti di cuoio nero e jeans, ma non può mascherare le ovvie differenze di aspetto tra di essi: ne consegue un’idea di collettività per la quale l’individuo, pur conformandosi a un modello, non si perde nella massa, ma mantiene la sua specificità. Basta pensare al gruppo dei Kiss, i cui membri hanno i volti coperti da un pesante trucco che ne cela sì i lineamenti, ma che dà anche vita a quattro diversi personaggi, ognuno con le sue caratteristiche specifiche anche per quanto riguarda l’abbigliamento.
All’interno del gruppo, dicevamo, esiste una ripartizione di ruoli, grazie alla quale il singolo individuo, il singolo musicista, può fare meglio risaltare la sua abilità. Un tratto della cultura musicale heavy metal è infatti costituito dalla figura del musicista virtuoso, ma più in generale dall’enfasi che la propria musica sia suonata, prodotta da esseri umani, dotati ognuno del proprio stile esecutivo e compositivo differente. Si tratta di un tentativo di porre al centro del discorso musicale un Fare, piuttosto che non un Essere, per il quale il musicista è importante per il suo agire musicale, piuttosto che per quello che mostra al di fuori di quest’ambito.
La figura del virtuoso è solitamente incarnata dal chitarrista solista, e ha subito un processo di revisione all’inizio degli anni Ottanta, quando sulla scia del lavoro di musicisti come Edward Van Halen e Randy Rhoads, nel discorso dell’heavy metal sono entrate non soltanto figure musicali derivanti dalla musica classica, ma anche una più generale ideologia dell’approccio allo strumento derivante da quella cultura [Walser 1992], per cui all’idea del virtuoso come genio sregolato (figurata incarnata da Jimi Hendrix) si sostituisce quella del virtuoso come musicista dedito allo studio e al “controllo razionale di tecniche rischiose e rumorose” di esecuzione [Walser 1992, 279].
Attraverso il virtuosismo, la musica metal rimarca la sua componente umana, la presenza dell’esecutore all’interno del brano, appunto grazie a “tecniche rischiose”, sempre a un passo dalla possibilità di errore.

Bibliografia

Frith, Simon-Goodwin, Andrew
1990    (eds.) On Record. Rock, Pop, and the Written World, London-New York, Routledge

Lotman, Jurij M.
1985    La semiosfera, Venezia, Marsilio

Marsh, Dave-Swenson, John
1983    The Rolling Stone Record Guide, New York, Random House

Signorelli, Luca
1997    L’estetica del metallaro. Là fuori ci sono solo mostri, Roma-Napoli, Teoria

Straw, Will
1983    “Characterizing rock music Culture. The Case of Heavy Metal”, in Frith-Goodwin 1990, pp. 97-110

Walser, Robert
1992    “Eruptions: heavy metal appropriations of classical virtuosity”, Popular Music, Volume 11/3 1992, Cambridge, Cambridge University Press, pp. 263-308

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7 commenti

  1. idiotaignorante

     /  luglio 22, 2008

    Sempre interessante leggere ‘sta robba qui. Io la tua tesi non la trovo piu’ (mi sa che e’ andata dispersa nel blastaggio del vecchio hard disk), se vuoi rimanda pure…

    Rispondi
  2. anonimo

     /  luglio 23, 2008

    santo subito!

    Rispondi
  3. anonimo

     /  luglio 23, 2008

    Anch’io vorrei la tua tesi! Quando vuoi, spedisci.

    Anna Luisa

    P.S.

    è poi arrivata la mail in privato con il numero di cell cancellato?

    Rispondi
  4. scott.ronson

     /  luglio 23, 2008

    ii: denghiu. Hai ricevuto posta, credo.

    ed: ti ringrazio, però, anche se ormai sei il settimo Helloween e so che lo dici senza malizia, faccio gesti apocotropaici, visto sono della scuola di pensiero che la vita eterna migliore è quella in cui non muori. 🙂

    AL: stai per ricevere posta (scusa, sono un po’ sfasato di ‘sti tempi)

    Rispondi
  5. anonimo

     /  luglio 27, 2008

    Si si, io la voglio la tesi sui ManowaR. La classica lettura sotto l’ombrellone. Ora ti mando una e-mail, va.

    Francesco

    Rispondi
  6. anonimo

     /  settembre 28, 2009

    Wow.
    La tua tesi appare interessante.
    La mandi via mail???

    (appassionata del genere….)

    Rispondi
  7. scott.ronson

     /  settembre 28, 2009

    volentieri, ma a chi? 🙂

    Rispondi

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