I libri di Giugno

Appuntamento nel cuore dell’estate con i commenti sui libri che ho letto il mese scorso. Se i commenti vi paiono un po’ striminziti è perché 1. i libri sono tanti 2. fa caldo.
Ho evidenziato quello che più mi è piaciuto, come al solito.

Marinai perduti – Jean-Claude Izzo (e/o)
Straziante. Nel senso buono, sia chiaro. La storia di un gruppo di marinai bloccati dal fallimento dell’armatore nel porto di Marsiglia, su una nave che cade a pezzi, ognuno alla ricerca di qualcosa che almeno assomigli alla felicità, a un ritorno a casa, è devastante. Una tragedia, una moderna Odissea condensata in un pugno di strade, tra il porto e l’entroterra, tra locali notturni e una nave in rovina. Izzo si muove a suo agio, usando appena un filo di trama noir, scavando i personaggi una sconfitta alla volta, dipingendo Marsiglia con i colori, i suoni, gli odori. Gran romanzo.

Nordest – Massimo Carlotto e Marco Videtta (e/o)
Parte promettendo grandi cose, questo romanzo. E poi non le mantiene. O meglio: fallisce proprio nel suo cercare di tenere insieme attorno a una trama gialla i meccanismi del capitalismo del nordest, della sua società. Fallisce perché a un certo punto la storia si satura, la tesi da dimostrare che c’è dietro viene a galla troppo goffamente e ci si stufa. E ci si sorprende a pensare che, in fondo, era molto più deflagrante il ritratto del nordest che Carlotto infilava, quasi facendo finta di nulla, in “Arrivederci amore, ciao”.

Metropoli per principianti – Gianni Biondillo (Guanda)
Da quello che ho letto finora, Biondillo è un ottimo scrittore di gialli (e dintorni), con un grande amore per gli aspetti meno banali e più umani della città di Milano. In questo libro, che raccoglie articoli editi e inediti sul tema della città, in generale, Biondillo si dimostra anche un eccellente divulgatore di tematiche legate all’architettura, alle scienze sociali e all’interazione tra le due cose. Progettare città vuol dire non solo pensare edifici, ma anche il modo in cui questi verranno vissuti: non è da fucilare, dice Biondillo, chi ha progettato le Vele di Scampia, ma chi ha abbandonato nel nulla quei quartieri, non ha pensato ai bisogni delle persone che lì avrebbero vissuto. Qualche illustrazione qua e là per capire di che si parla in alcuni capitoli sarebbe stata comoda (ok, c’è Google, però se uno legge in treno…). Il reportage finale sulla vita nei campi rom è un grande pezzo di scrittura civile.

La presa di Macallè – Andrea Camilleri (Sellerio)
La prima soddisfazione, finito un romanzo di Camilleri, è sempre quella di avercela fatta. Già mi succede con i Montalbano, che sono scritti in una lingua più accessibile, e con questo, il mio secondo “libero” dopo “La mossa del cavallo”, la soddisfazione è stata ancora più forte, visto che davvero il camillerese si fa piuttosto stretto (ma sempre misteriosamente comprensibile). Comunque: la storia grottesca di questo bambino siciliano con un pisello enorme che, all’epoca dell’avventura fascista in Abissinia, si trova, senza nemmeno accorgersene, a perdere l’innocenza, a diversi livelli, trasformandosi piano piano in una creatura totalmente amorale, guidato da una sua personale visione che fonde fascismo e cattolicesimo. Romanzo, sotto la forma grottesca, durissimo e in fondo disturbante, sciorina un’umanità bestiale e gretta, animata dai più bassi istinti, da opportunismo, violenza, desiderio. Fino a una conclusione davanti alla quale si chiude il libro sussurrando un, appropriatissimo, “minchia”.

La croce sulle labbra – Danilo Arona ed Edoardo Rosati (Segretissimo Mondadori)
Seconda uscita su Segretissimo per Danilo Arona, questa volta a quattro mani con Rosati che fornisce al romanzo documentazione medica. La trama ruota infatti intorno a un’epidemia che viene diffusa a Milano da una setta di origine caraibica. Arona e Rosati recuperano un tema tipicamente lovecraftiano, quello dello straniero portatore di corruzione e di orrore, e lo applicano all’oggi. Il risultato è a volte permeato di una sgradevole xenofobia che non riesco a capire quanto appartenga davvero agli autori e quanto sia invece un espediente letterario simile a quello usato da Stoker in “Dracula”, quando portava un orrore esotico nelle cantine dei suoi contemporanei. Come romanzo “di genere”, comunque, ha dalla sua il fascino della scrittura e delle conoscenze dell’esoterismo di Arona.

L’angelo della storia – Bruno Arpaia (Guanda)

Le vicende di Water Benjamin, in fuga dai nazisti e quelle di un combattente della Guerra di Spagna si alternano sulle pagine di questo romanzo. Su tutto aleggia, e non può essere altrimenti, l’aura di un destino ineluttabile  e anche piuttosto beffardo (Benjamin, rifugiato in Francia, allo scoppio della guerra verrà internato in quanto tedesco e quindi potenziale nemico), che crea un mondo che non può che schiacciare chi non ha la forza per resistervi. Un romanzo che resta abbastanza lontano dalle secche della biografia più spicciola e che riesce a trasformare la figura di “uno che si studia” in un essere umano a tutto tondo, con i suoi pregi e le sue debolezze.

Il corpo dell’inglese – Giampaolo Simi (Einaudi)

Un giallo di ambientazione viareggina, riesce a fondere insieme, in modo credibile, terrorismo (nazionale e internazionale) e momenti di vita assolutamente quotidiani. La storia è presentata divisa in tre blocchi successivi, apparentemente molto slegati tra loro ma i cui rapporti emergono con invidiabile tempistica a mano a mano che ci si avvicina alla fine. Terribilmente intriganti i personaggi femminili.

Breve storia di lunghi tradimenti – Tullio Avoledo (Einaudi)
Il primo libro di Avoledo lo lessi in una notte. Letteralmente. Iniziai verso le undici, a un certo punto mi resi conto che erano le tre e mezza e che non avevo la minima intenzione di smettere. Non un romanzo perfetto, ma un narratore che sapeva prenderti per la gola e tenerti lì a leggere. Senza che nemmeno te ne accorgessi. Da allora, però, Avoledo è rimasto una bella promessa non mantenuta. Curiosamente, “Lo stato dell’Unione”, satira (piuttosto New Italian Epic, tra l’altro) della costruzione della tradizione di natura leghista, che è il suo lavoro migliore è l’unico che non è nel catalogo Einaudi. Con questo ultimo romanzo, Avoledo torna dalle parti del suo esordio: recupera il protagonista, la cattivissima manager e la situazione iniziale, scrivendo però una storia radicalmente diversa. Ritmo a go-go, il solito profluvio di cultura pop, si ride, si racconta il mondo del lavoro, si dipingono giochi di potere orientati al futuro, ma nel complesso l’impressione è che Avoledo giri sempre intorno alle stesse cose perché come ci si allontana (“Tre sono le cose misteriose”) il risultato è assai più deludente. Si legge bene, per carità. Ma poi manca quel qualcosa che lo renda davvero bello. E che non so nemmeno che cosa potrebbe essere.

Il sole dei morenti – Jean-Claude Izzo (e/o)
In uno dei romanzi della trilogia noir, si legge che in riva al mare è più facile essere felici. È per questo che un senzatetto parigino, che ha scelto la strada dopo essere stato lasciato dalla moglie, dopo la morte di un amico, ucciso dal gelo di un inverno glaciale, decide di mettersi in viaggio e raggiungere Marsiglia, alla ricerca di una ragazza amata in gioventù. Un amarissimo romanzo sulla vita di strada e sul potere devastante dell’amore. È meno riuscito di “Marinai perduti”, però. O forse è talmente disperante che il piacere della lettura viene soffocato dalla consapevolezza del labile velo che divide una vita normale dai naufragi esistenziali dei personaggi.

L’ottava vibrazione – Carlo Lucarelli (Einaudi)

I primi brani di questo romanzo li avevo sentiti leggere in pubblico da Lucarelli tre o quattro anni fa e non vedevo l’ora di avere tra le mani il prodotto finito. C’è voluto un po’ ma alla fine eccolo qui. Ambientato poco prima nell’Eritrea colonia italiana del 1896, intreccia le vicende di diversi personaggi attorno al perno della battaglia di Adua, una delle più colossali disfatte militari del colonialismo europeo. Cosa funziona: il modo in cui è scritto, la cura che Lucarelli mette nel descrivere il suono delle lingue, i colori, gli odori, il caldo soffocante africano. E la “voce” di Lucarelli, così riconoscibile che ti aspetti di trovartelo seduto di fianco in treno da un momento all’altro. Purtroppo funziona assai meno la descrizione della battaglia in sé, che alla fine sembra quasi una scaramuccia. In più, la storia sembra accelerare nel finale più di quanto non sia piacevole. Finisce e pensi: “di già?”. È un bel libro, che è bello leggere e che rappresenta quasi un “nuovo inizio” per Lucarelli. Ma non riesce a essere “bellissimo” come avrebbe voluto essere.

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5 commenti

  1. anonimo

     /  luglio 7, 2008

    3 e/o, 2 guanda, 3 einaudi… sei quasi uscito del tutto dal tunnel dei tascabili da edicola Mondadori, complimenti!
    Ah, a proposito… sono uscito da Mondadori!!! (e con questo capisci chi sono nonostante “utente anonimo”…)

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  2. scott.ronson

     /  luglio 7, 2008

    ehm, aspetta il mese prossimo, che l’estate dei tascabili da edicola Mondadori ha calato una serie di colpi non male…
    (più che altro il mese scorso sono riuscito ad andare in biblioteca; il calo dei consumi altrimenti mi spinge a comprare libri in edicola)

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  3. Todomodo

     /  luglio 7, 2008

    Sui due libri di Izzo la penso esattamente allo stesso modo. E infatti li ho dovuti intervallare un po’ di più.

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  4. anonimo

     /  luglio 7, 2008

    Ho letto “Il sole dei morenti” quando è uscito, in francese. Dopo aver letto la trilogia. Dopo i miei primi entusiasmi per Izzo, devo dirti che alla fine trovo i suoi scritti spesso rovinati da una retorica della disperazione che in quel libro diventa quasi comica (se non fosse che poi è morto pure lui, subito dopo averlo scritto). Mi ha ricordato quei film di cui mio padre diceva: è finito per mancanza di attori, so’ morti tutti….

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  5. anonimo

     /  luglio 15, 2008

    quello che consigli di Izzo capita proprio a legume.
    e di Bruno Morchio che mi dici?
    io invece di ritorno da un’entusiastica visita di lavoro a Genova mi sono presa La regina disadorna, che però ancora debbo leggere, e in pilato c’è pure La solitudine dei numeri primi che nonostante tutto mi dicono essere molto bello…
    🙂 mara

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