I libri di Maggio

Appuntamento con l’unica rubrica (ir)regolare di Buoni Presagi.
Considerazioni & giudizi sui libri letti nel mese scorso. Evidenziato, il più consigliato. Che a questo giro è fuori commercio, mi spiace.

1974 – David Peace (Meridiano Zero)
Alla fine, Peace non mi ha poi colpito così tanto come mi aspettavo. Bravo, è bravo. Le parti sulla detenzione del protagonista sono una lunga serie di manganellate alla nuca, per dire. E sicuramente sa costruire una trama, un ambiente e tutto quanto. Però… mi sono annoiato abbastanza, leggendolo. Un’altra possibilità gliela do anche volentieri, però…

Stella del mattino – Wu Ming 4  (Einaudi)
Nella recente raccolta di racconti di Woody Allen ci sono solo un paio di racconti che si salvano dalla mediocrità generale. Uno è sicuramente quello in cui un impresario teatrale progetta un delirante musical nel quale vengono fatti incontrare, in un delirante crescendo di assurdità e di pretesti, tutti i personaggi famosi che abbiano mai anche solo messo piede per un paio di minuti a Vienna all’inizio del Novecento. “Shakespeare in love”, film di una decina di anni fa, invece, immagina che le scene migliori delle opere del Bardo nascano dalla rielaborazione poetica di una sfortuna storia d’amore giovanile. Cito questi due esempi perché sono i principali trabocchetti in cui può cadere chi voglia raccontare una storia come quella che WM4 racconta nel suo romanzo, vale a dire l’incontro a Oxford, dopo la prima guerra mondiale, tra Lawrence d’Arabia e J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis e Robert Graves. Per fortuna, WM4 non cade nelle due trappole di cui sopra. L’incontro è plausibile, in parte anche documentato (Lawrence conobbe davvero Graves a Oxford) e in parte immaginato, e da esso gli scrittori, già reduci dalle trincee, escono in qualche modo trasformati, costretti a riflettere su che cosa rappresenti il “mito” con cui sono entrati in contatto. Certo, Tolkien sembra trasfigurare gli orrori della guerra e i suoi desideri di serenità nella creazione della Terra di Mezzo, ma non c’è un rapporto 1:1 tra le due cose.
 Di tutti i romanzi usciti a nome Wu Ming, questo è infatti sicuramente il più elegante e “delicato” sia per lo stile sia per l’accento fortissimo posto sull’aspetto psicologico e sul tema della narrazione, del suo scopo, del suo potere. Per certi versi (e per la sua uscita più o meno contemporanea al saggio di WM1) è anche una specie di corollario al saggio sulla NIE: riflette su quale sia la responsabilità “morale” del costruire immaginario, immaginario che inciderà sulla realtà (si veda la proposta di traduzione dell’incipit della “Poetica” di Aristotele) e sull’impossibilità di creare narrazioni che ricompongano in forma non problematica ciò che è caotico (nello specifico, la figura di Lawrence, sfaccettata e contraddittoria al punto da non essere riconducibile a una singola “etichetta”). L’unico modo di farlo, sembra dire il romanzo, è quello di accettare questo fallimento, provare a cartografare la complessità (cosa che viene appunto fatta dandoci tre punti di vista diversi su Lawrence, più un quarto che è quello di Lawrence stesso). Un romanzo, come detto, elegante nella scrittura e dotato di una pluralità di piani di lettura, come mi rendo conto dalle recensioni lette in giro che toccano punti di cui io non mi sono minimamente reso conto. E forse alla fine è proprio la sua natura di “romanzo d’idee” a frenarne un po’ il puro coinvolgimento emotivo, nel senso che uno finisce per concentrarsi più che sulla storia in sé su quello a cui potrebbero rimandare frasi, situazioni, personaggi.

Lezioni di tenebra – Helena Janeczek (Mondadori)
Ingiustamente fuori commercio, il libro della Janeczek si presenta come un “Maus” in prosa. Dell’opera di Spiegelman ha la stessa impalcatura di fondo (il rapporto con un genitore sopravvissuto all’Olocausto) e la stessa forza trascinante. Di suo, ci aggiunge pagine molto belle sulla fluidità dell’identità e una scrittura molto, molto bella ed elegante. Non è solo la storia di un pezzo di vita dell’autrice e della sua famiglia. Dietro ci sono tante altre storie, individuali e collettive, colossali come la seconda guerra mondiale o minime. Ma, soprattutto, si legge tutto d’un fiato (espressione bruttissima, ma io l’ho letto così, in un viaggio in treno) e non lascia indifferenti. L’autobiografia, il reportage, il gusto letterario, si mescolano insieme nel puro e semplice piacere del raccontare (e del leggere qualcosa di bello e “vivo”). Peccato, appunto, che sia reperibile solo in biblioteca o usato.

Il signor figlio – Alessandro Zaccuri (Mondadori)
E se Leopardi non fosse morto di colera a Napoli ma, Jim Morrison ante litteram, avesse messo in scena la sua morte per dedicarsi altrove alla sua arte? Il libro di Zaccuri parte da questa deviazione della storia reale per immaginare la vita londinese del “conte Rossi”, che diventerà insegnante del padre di Kipling. Ma il romanzo dipana altri piani storici, dal prologo che vede per protagonista il giovane Stephen King (oh yeah) alle parti in cui compare anche Kipling stesso, alla ricerca del corpo del figlio morto nella Grande Guerra. Il tutto per raccontare, attraverso gli artisti, il rapporto tra i figli e i loro genitori. Romanzo ambizioso e ben scritto, molto elegante dal punto di vista formale che però, dopo un po’, ha finito per annoiarmi. Un peccato, perché molte pagine sono ben scritte (la traversata in nave, i sotterranei di Londra, per esempio), però manca quel qualcosa che renda il tutto davvero impedibile e indimenticabile.

L’anno luce – Giuseppe Genna (Marco Tropea)
Il primo libro “post-thriller” di Genna si lancia in una storia che si allarga come una spirale, che partendo da situazioni apparentemente minute (un uomo, una donna, il loro matrimonio, i loro tradimenti) si allarga rapidamente fino a “esorbitare” al di là dei confini dell’umano e del terrestre. Dalle migrazioni attraverso lo stretto di Bering ai viaggi interplanetari, con una notevole lucidità visionaria e una capacità di trasfigurare la realtà e la cronaca verso quella che un recensore ha definito “metafisica del complotto”. Dipingendo i giochi di potere tra politica, economia, religione e comunicazione senza gli strumenti “realistici” del noir o del thriller, Genna si proietta al di là del qui-e-ora: lo usa come trampolino per proiettare le vicende su un piano più universale, per tracciare un quadro del potere, del suo rapporto con il mito, con il futuro. Un’epopea, popolata di personaggi dai nomi simbolici (il Mente, il Profeta, il Faccendiere) e costellata di digressioni che ne ampliano la portata, i confini, la potenza. Molto, molto bello.

Un assassino qualunque – Piernicola Silvis (Giallo Mondadori presenta)
Un libro brutto. Tanto. Un guazzabuglio ellroyano che racconta la carriera di un giornalista veronese che arriva a diventare presidente del consiglio. Con un piccolo dettaglio: il soggetto in questione è un pedofilo serial killer, amante degli snuff movies. Ovviamente, in anni e anni riesca a farla franca. Oscuri intrecci di politica e interessi finanziari, sordide perversioni, omicidi, un’incongrua spruzzata di parapsicologia (la figlia dell’uomo ha ereditato geneticamente la memoria degli omicidi compiuti dal padre prima del suo concepimento. Non ridete, è così), il tutto così noioso, prevedibile, schematico e già visto da far venire voglia di tirare giù il libro dal finestrino del treno. Ma sarebbe stato un gravissimo errore, visto che mi sarei perso la demenziale scena del protagonista che si masturba (chattando nel frattempo con un suo consimile) mentre guarda l’ecografia di un aborto. Uno dei libri più brutti che mi sia capitato di leggere.

Armageddon – Alan D. Altieri (TEA)
Primo volume di una raccolta (completa, si dice) dei racconti scritti da Alan Alitieri, Armageddon contiene almeno tre racconti (su cinque) che mostrano il Nostro al meglio della sua muscolare forma. “Il ponte”, racconto amazzonico sulla forza bruta della natura in agguato, è addirittura finito nel volume dei Meridiani dedicato ai racconti italiani del Novecento. Onesta l’inclusione di un racconto commissionato dalla rivista “Max”, una manciata di pagine che Altieri deve avere scritto semplicemente puntando una pistola allo schermo del word processor.

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4 commenti

  1. anonimo

     /  giugno 8, 2008

    MAI fidarsi di uno che si chiama PIERNICOLA! Scusa Ale… ma anche tu eh?!

    Anna Luisa

    Rispondi
  2. scott.ronson

     /  giugno 8, 2008

    ma io mi ero fidato di Altieri che dirige la collana! 🙂

    Rispondi
  3. anonimo

     /  giugno 12, 2008

    ho pensato la stessa cosa… non solo Piernicola di nome, ma pure Silvis di cognome!!
    🙂 mara

    Rispondi
  4. scott.ronson

     /  giugno 12, 2008

    Però sto lentamente imparando: questo non lo prendo. Non per il nome dell’autrice, ma perché mi sa di santacrocismo da lontano un miglio.
    La collana “Il giallo mondadori presenta”, in sè è però interessante, per l’idea di usare l’edicola come canale per pubblicare in versione massmarket romanzi italiani già editi o comunque di avere una collana più “noir” (forse un po’ fuori tempo massimo?) da affiancare ai più tradizionali gialli.

    Rispondi

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