New Italian Epic

Il saggio di Wu Ming 1 sul New Italian Epic ha suscitato una quantità non indifferente di risposte (e già delle postille). Al momento, Google parla di circa 16.500 pagine.

Parlando di NIE, WM1 mi sembra avere sviluppato e sistematizzato una serie di riflessioni che sono state sparse negli anni su Giap!, Nandropausa e anche in alcuni interventi di Valerio Evangelisti su Carmilla.

Ma esiste davvero una “nuova narrativa epica italiana”, nei termini in cui è definita nel saggio? Ritengo di sì. Non saprei bene come definirla, ma che esista un comune sentire, una vibrazione comune di fondo che tiene insieme un certo numero di opere mi sembra, leggendo alcuni dei romanzi citati da WM1 nel saggio e ripensando a quelli che già ho letto, assolutamente ragionevole. C’è qualcosa che distingue la trilogia di Magdeburg di Altieri dai romanzi di Valerio Massimo Manfredi (al di là di giudizi sulla qualità), qualcosa che mi fa pensare che L’anno luce di Genna abbia uno scopo e una portata diversi da Nordest di Carlotto e Videtta (che ho letto l’uno dopo l’altro). E penso che non sia irragionevole identificare questo qualcosa in diversi dei punti isolati da WM1.

Dei diversi punti che tocca il saggio, vorrei cercare di discutere quelli che, secondo me, riguardano il “ruolo” che ha l’autore di un’opera “new italian epic”.

* Contaminazione e UNO
Il discorso sulla contaminazione tra generi letterari è in realtà cosa assai vecchia. I generi “puri” sono rari. Da sempre, le opere “di genere” stanno in realtà all’incrocio tra più generi. Basta pensare a quella vasta terra di nessuno che sta tra fantascienza e fantasy (domanda fine-di-mondo: Guerre Stellari è sci-fi o fantasy? E Tschai di Jack Vance?) o al Tex degli esordi, nel quale G.L. Bonelli non faceva altro che dare un’ambientazione western a trame salgariane. Nell’ultimo libro di Scozzari c’è un sotto-capitolo intitolato “i generi sei tu” (visto su segnalazione di Diego Cajelli), che meriterebbe di essere letto e riletto: perché un genere fornisce sì degli elementi di partenza, ma il risultato finale è frutto, sempre, dell’individualità dell’autore. L’horror di King non è lo stesso horror di Barker, il noir di Izzo non è quello di Ellroy, il fantasy di Martin e quello di Weis&Hickman farebbero finta di non conoscersi, si incontrassero al bar.
Insomma, i generi letterari possono essere una convenzione utile per intendersi a grandi linee, ma le linee in questione sono spesse e si sovrappongono con disinvolta facilità.

Nessuna sorpresa, quindi, che sempre più autori, magari anche partiti dal “genere” abbiano smesso di porsi il problema: esistono le storie, che portano dentro di sé quelli che potremmo definire i “semi” di un genere. Usando come esempio la trilogia di Magdeburg, di Alan D. Altieri, se devi raccontare un intrigo politico sullo sfondo della guerra dei Trent’anni (oltre ad altre storie), finirai per usare elementi riconducibili al noir, evidentissimi nelle ultime sequenze del terzo libro. La mia idea è che nella pratica, più che decidere un genere e poi costruire una storia a esso riconducibile, avvenga il contrario, cioè che la storia determini i mezzi, gli stilemi, da usare per essere raccontata.
Al contrario, l’UNO nascerebbe non più da un incrocio di generi “letterari”, bensì di generi “editoriali”. Vale a dire, non più, per esempio, “giallo con venature horror”, ma un incrocio tra saggio, narrativa e autobiografia, come possono essere Asce di guerra (Wu Ming + Vitaliano Ravagli) o Lezioni di tenebra (di Helena Janeczek).
Questa fusione non è una cosa di per sé nuova. La non-fiction anglosassone, per dire, ne fa un largo uso, è molto meno ingessata e bardata di snobismo della nostra, abbonda di aneddoti personali, di trucchetti per mantenere via l’attenzione del lettore, di esempi. Ricordo per esempio che il primo libro di saggistica che studiai all’università, Oltre il senso del luogo, di Joshua Meyrowitz, mi colpì perché non credevo possibile che in un libro “serio” potessero avere così tanto spazio notazioni personali, ricordi, tutti funzionali alla spiegazione e all’esposizione della teoria.
Però, nel senso che WM1 dà al termine, questi UNO vanno oltre un semplice uso sporadico di elementi esterni al “genere editoriale” di riferimento. Sono “mostri” che contengono in sé tutto ciò che si ritiene necessario per raccontare qualcosa. Senza fare distinzioni di stile, di genere. È la storia a scegliersi (di nuovo) ciò che più le serve.
Gomorra è certamente l’esempio più compiuto. Saviano usa indifferentemente i dati dei rapporti della polizia e le sentenze e le sue esperienze personali, e racconta la camorra scegliendo una forma che è quella della narrazione in prima persona, anche se chi dice “io” nel romanzo non sempre è il Roberto Saviano anagrafico, reale. Si scivola tra resa “letteraria” dei fatti e testimonianza, cronaca, ma non è menzogna, non è inventarsi un personaggio. O meglio: non un “personaggio” nel senso mediatico. Se Saviano descrive in prima persona anche cose che non ha visto è perché quella è la forma più potente con cui raccontarle, la più adatta a far passare nel lettore una sensazione, la più “immersiva”. Diventare, sempre, un personaggio all’interno della narrazione rende più vicini, meno asettici, gli eventi narrati. Il narratore è dentro la storia e ci tira dentro anche il lettore. Le barriere tra narrativa e cronaca non vengono superate: vengono semplicemente ignorate. Non so bene dove venga messo oggi “Gomorra”, nelle librerie. Credo che il successo gli permetta di risolvere ogni imbarazzo e di stare semplicemente in quelle pile di best-sellers all’entrata, che contengono di tutto, senza particolari distinzioni di genere.

Mi pare che tra gli otto punti del NIE, quello relativo agli Oggetti Narrativi Non Identificati sia quello in cui è più difficile fare entrare opere oltre a quelle citate, a meno di non allargare la sua definizione così tanto da rendere inutilizzabile il concetto.
Se però la prendiamo più alla larga, tutto il discorso porta a un’altra conclusione: quella cioè secondo la quale lo scrittore è in primo luogo un “narratore”. Sposta l’accento e il punto di vista su quale sia la sua attività primaria: non la creazione ex nihilo di qualcosa, ma il racconto, filtrato e mediato dalla propria sensibilità, di storie, eventi, idee. Non è importante tanto che cosa sia esattamente quello che racconta quanto il fatto che lo racconti. Da questo punto di vista, il riferimento all’epica, che sicuramente qualcuno avrà trovato pomposo o vanaglorioso, è corretto. L’autore “neo-epico” agisce in un certo senso come i cantori dell’antichità: racconta versioni personali di storie note, le modifica, le integra con altre informazioni, le adatta al pubblico che ha di fronte. Stiamo sedimentando una storia d’Italia alternativa dalle opere, per esempio, di Saviano, Sarasso, di Genna, di De Cataldo? Io credo di sì.

Anzi. Sarasso è probabilmente un caso a parte, il primo autore (specie tra quelli citati nel saggio) a usare gli strumenti e l’ottica di autori precedenti del “NIE” per comporre il suo libro. Gli eventi di Confine di Stato sono raccontati a partire dal lavoro di ricerca di Lucarelli, usando elementi dello stile di Genna, citando esplicitamente il lavoro di Wu Ming. Non solo: Sarasso, a un certo punto del romanzo, inserisce il racconto di una storia di Superman scritta da Garth Ennis. Non lo fa in modo gratuito, ma perché il senso di quella storia ha un rapporto con il suo romanzo, con quello che sta raccontando. E allora la usa. La ri-narra. È un modo di usare le citazioni che esula, credo, dal semplice gioco, dal piacere del mash-up (che pure in parte è presente nel romanzo) e che va più indietro nella definizione del ruolo del narratore: qualcuno che condivide con chi lo ascolta le storie, gli eventi, le idee che ritiene necessarie, o interessanti. Il riutilizzo di materiali già esistenti non come gioco, vezzo o altro ma come elemento fondante del proprio narrare, un modo di condividere con gli altri le proprie conoscenze, di trasmetterle in un’altra forma.
Scriveva Walter Benjamin in un saggio di Angelus Novus dedicato allo scrittore russo Nicolaj Leskov: “Il romanzo si distingue da tutte le altre forme di letteratura in prosa – fiaba, leggenda e anche novella – per il fatto che non esce da una tradizione orale e non ritorna a confluire in essa. Ma soprattutto dal narrare. Il narratore prende ciò che narra dall’esperienza – dalla propria o da quella che gli è stata riferita-; e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia. Il romanziere si è tirato in disparte. Il luogo di nascita del romanzo è l’individuo nel suo isolamento, che non è più in grado di esprimersi in forma esemplare sulle questioni di maggior peso e che lo riguardano più da vicino, è egli stesso senza consiglio e non può darne ad altri”.

Mi sembra allora che il NIE postuli uno scrittore che è più narratore che romanziere, per usare la dicotomia di Benjamin. Ma invece che nella tradizione orale, fa riconfluire ciò che narra in un più ampio contesto mediatico.

* Comunità & Transmedialità
Un punto che, parzialmente, esula dalla pura pratica letteraria e si rivolge invece a un ambito più vasto: come viene recepita, come “vive” un’opera letteraria, al di là della sua pubblicazione?
Essendo nato nel 1979, faccio parte di una generazione che, spenta la televisione, giocava con gli stessi personaggi dei cartoni animati che seguiva. I pupazzetti di He-Man, dei G.I. Joe, dei Transformer, erano i supporti visivi sui quali, con gli amici o da soli, si ideavano primitive forme di quelle che poi avrei imparato a chiamare “fan-fiction”.
In un loro articolo, Fruttero & Lucentini lamentavano il fatto che la scuola italiana non preveda l’uso della parodia o del pastiche dei testi letterari come strumento educativo: imparare ad appropriarsi di un testo, comprenderne i meccanismi, per poi riprodurli alterati, sarebbe un ottimo esercizio. Che a volte viene compiuto in autonomia (ricordo grande ilarità ai danni dei Promessi Sposi su fogli volanti, al liceo, comprese ipotesi di riadattamento del romanzo manzoniano con Kenshiro al posto di Renzo, Julia-Lucia e Shin-Don Rodrigo) ma che è comunque totalmente ignorato. Se non condannato: il Testo, ci viene insegnato a scuola, è sacro e inviolabile. L’idea, invece, che ci siano autori che non solo tollerino l’appropriazione da parte dei lettori delle proprie creazioni ma che la incoraggino va non solo nella direzione auspicata da F&L, ma si ricongiunge a quanto detto sopra sul ruolo del narratore.
Le idee si nutrono di idee, crescono le une sopra le altre.
Forse le storie sono di chi le racconta, ma di chiunque le racconti, di chiunque si prenda la briga di continuare a farle vivere.

Una parte considerevole dell’immaginario orrorifico e fantastico in generale del ventesimo secolo si è sviluppata a partire dalle intuizioni di H.P. Lovecraft.
Oggi, Lovecraft è ricordato, più che per singoli racconti (tra i quali spiccano comunque capolavori assoluti) per l’affresco complessivo che ha creato con le sue storie, per la cosmogonia, la visione del mondo, il ruolo dell’uomo nell’Universo che da esse traspare. Ma Lovecraft non ha fatto tutto da solo. L’idea, la visione complessiva, sono state sue. Altri apporti sono venuti da suoi colleghi e amici, che hanno aggiunto tasselli alla sua creazione. Se Lovecraft avesse avuto a disposizione internet, il suo sito avrebbe avuto una pagina simile a quella dei sentieri di Seth, i racconti collaterali apocrifi relativi al romanzo di Kai Zen La Strategia dell’Ariete. E probabilmente, se Lovecraft avesse cercato di fare condannare per appropriazione indebita di proprietà intellettuali chiunque scriveva storie ispirate al suo mondo, oggi il suo nome non sarebbe così ricordato e la sua visione così viva nel nostro immaginario.

Anche per quanto riguarda la transmedialità, mi pare che si possa dire che sia una conseguenza della concezione del narratore, che non è necessariamente uno scrittore. Un narratore è qualcuno che racconta storie. Il mezzo non è una discriminante. La traduzione in altre forme espressive, a cui magari si mette mano in prima persona (i reading di WM1 con gli Switters [mp3 qui], Pontiac raccontato da WM2, per esempio), è un altro modo di esprimere la centralità della storia, del narrare, del trasmettere qualcosa a qualcun altro.

A questo, si uniscono le possibilità di “allargamento” dei testi pubblicati su carta attraverso internet. Non si tratta solo di usare il web come strumento di promozione, ma piuttosto di creare appendici “virtuali” a quanto viene pubblicato. L’edizione html di Medium di Genna, per dire, fa esplodere i riferimenti del testo in un’infinità di link che rimandano a contenuti aggiuntivi. Oppure, come per Manituana, si può trattare non tanto (o non solo) di creare un’opera parallela, quanto di aprire anche le porte dell’officina del testo stesso (cosa diversa da quello che sta facendo Paola Barbato, per dire, che racconta in un blog apposito la difficile gestazione della veste editoriale del suo secondo romanzo). Non si tratterebbe, insomma, di limitarsi a usare la rete per tenere i rapporti con i lettori ma invece di sfruttarne il funzionamento e le potenzialità per far vivere l’opera anche in altri contesti.

Questo piccolo nucleo di riflessioni mi porta a pensare che una parte del saggio di WM1 descrive una pratica del narrare che è indissolubile dall’idea di fare dell’epica, cioè una narrazione che non solo sia “di ampio respiro”, ma che serva anche a definire l’identità di una comunità, per quanto allargata questa sia e che si possa tramandare a chi verrà dopo. Per questo, è necessario rendersi conto che chi narra è l’anello di una catena, che il suo compito è quello di mettere in comune con gli altri (comunicare) le storie che racconta.
Mi viene in mente il “mito di fondazione” del Genna di Dies Irae: lavora a Montecitorio, entra in contatto con i servizi segreti, viene a conoscenza di cose, gli dicono “adesso per salvarti la pelle o taci su tutto o racconti tutto”. Estrapolandone il senso profondo, tra l’esoterico e l’essoterico, lo scrittore sceglie la seconda opzione: racconta tutto. Non è lo sciamano, con i suoi segreti che tramanderà solo al suo successore. È il contastorie, quello che impara cose e le condivide. Quello che costruisce i legami immateriali che tengono insieme una comunità. Non a caso, molti dei romanzi che cita WM1 nel saggio hanno una fortissima componente “politica”, non nel senso di questo o quello schieramento, ma proprio nel senso di rapporto con le cose della “polis”, per quanto allargata questa sia.
Lucarelli va a riesumare la nostra storia coloniale, la stessa cosa che sta facendo Gianfranco Manfredi nella sua serie a fumetti Volto Nascosto, un periodo che ha due o tre cose da dirci a proposito del nostro volerci immaginare come “brava gente” e di cui si è rimosso praticamente tutto. Al punto che nella nostra lingua abbiamo un’espressione come “ambaradan”, che in realtà rimanda a un vergognoso episodio di sterminio di civili, evento di cui pochissimi sono a conoscenza (io per primo, fino a un mese fa).
Stella del mattino racconta, tra le altre cose, alcuni degli errori che hanno portato a quell’inferno geopolitico che è il Medio Oriente.
Ho appreso più cose sul dopoguerra da 54 e Asce di guerra che da qualsiasi altra parte (ed è demerito mio e di "qualsiasi altra parte", certo, ma la realtà è questa).
Lezioni di tenebra è un monumento alla fluidità delle identità, alla complessità che i documenti, con la loro apparente normalizzazione, non possono certo riuscire a ricomporre.
Da Scirocco, da Romanzo Criminale, da Confine di Stato emerge una storia d’Italia talmente piena di ombre, di omissis, di spiegazioni implausibili che qualunque ipotesi, anche la più paranoica, diventa legittima.

C’è davvero, in molti libri di oggi, questo desiderio di mettere mano al caos che ci circonda, di rifiutare le spiegazioni semplici e di mettere in scena la complessità, il percorso tortuoso che ci ha portati dentro il labirinto, forse anche le possibili vie d’uscita, o gli altri labirinti che ci attendono fuori da questo.

Mi rendo questo che questa è una lettura del saggio di WM1 che si limita ad alcuni aspetti del NIE e ne taglia fuori altri, sui quali invece mi pare si stiano concentrando altre discussioni (per esempio, quella su Tabard. I link ad altre discussioni attive si trovano qui) Ma un po’ per idiosincrasie personali (e un po’ per miei oggettivi buchi teorici) sono questi gli aspetti che più mi hanno stimolato del saggio, quelli sui quali mi è stato più facile far risuonare le sensazioni ricavate dalla lettura di opere che possono essere condotte al NIE.

Nota a margine sugli UNO: mi torna in mente a proposito la figura dell’attore postulata dagli studi di antropologia teatrale, diffusa per esempio nei teatri orientali e antichi e recuperata, in rottura con la tradizione del teatro “borghese” occidentale, nel teatro di Grotowski e Barba o nel Living Theatre. Vale a dire non un attore, ma un performer, in grado di declinare la sua presenza scenica in diversi modi (la recitazione, il canto, la danza, il mimo), creando spettacoli che per i criteri classici sono inclassificabili.
(e sempre a proposito di teatro, nei giorni in cui leggevo
Hitler, di Genna, ho visto lo spettacolo di Paolini basato su Il sergente nella neve, e mi sono reso conto quanto il libro di Genna sfondi ripetutamente l’immaginaria “quarta parete” della pagina rivolgendosi direttamente al lettore. Sembra quasi pensato per essere “un’orazione civile”, per cercare il contatto con chi ascolta, per costringerlo, aggressivamente a volte, a prendere posizione, a rendersi conto, a sentire di essere presente, lui, lì dove si racconta quella storia. E lo stesso accade anche in alcuni passi de L’anno luce)

Grazie a chi è arrivato fin qui.

(già che si sono, chiudo fregando a Tabard la citazione di Gramsci che hanno in fondo al template, che rileggo solo ora e che mi pare a tema con quanto ho fin qui sostenuto: Creare una nuova cultura non significa solo fare individualmente delle scoperte originali: significa anche e specialmente diffondere criticamente delle verità già scoperte, "socializzarle" per così dire e pertanto farle diventare basi di azioni vitali, elemento di coordinamento e di ordine intellettuale e morale.)

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24 commenti

  1. idiotaignorante

     /  giugno 6, 2008

    Hai scritto molto meglio te, su tutta la questione, che tutti quei presuntuosi idioti di WuMinghia, Genna e compagnia calcinculevole. Fermo restando che, in ogni caso, li passerei al lanciafiamme lo stesso.

    Rispondi
  2. Torgul

     /  giugno 6, 2008

    E’ questo il problema, Nic, ti fai prendere dalla massmediologia a la Mediaset, crei (non solo) dei personaggi che non esistono, e poi li odi. A prescindere…

    Se il saggio sul NIE lo avesse scritto Antonino Masturzio, lo avresti letto con altri occhi, ammettilo…

    Scott, che t’ho dico a ffa, limortaccitua come scrivi bene!!

    Rispondi
  3. idiotaignorante

     /  giugno 6, 2008

    Ma il mio giudizio su quest’accolita di poveracci che si credono dei in terra e avanguardie non e’ che mi venga cosi’ dal nulla – leggendo i loro articoli, e avendo provato pure con alcuni libri, ho solo trovato una mediocrita’ direttamente proporzionale alla spocchia. Qui si tratta di quattro coglionazzi che se la cantano e se la dicono da soli, e deriderli mi pare il minimo. Oddio, ci riescono benissimo da soli semplicemente esistendo…

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  4. anonimo

     /  giugno 6, 2008

    I Wu Ming sono 5, non 4.

    Ale, appena ho un attimo di tempo leggo questo post con la calma necessaria. mi interessa molto.

    Ciao!

    Anna Luisa

    Rispondi
  5. anonimo

     /  giugno 6, 2008

    E poi “sull’intera questione” non mi risulta che Genna abbia ancora scritto niente. Due errori nella stessa frase :O)

    p.

    Rispondi
  6. idiotaignorante

     /  giugno 6, 2008

    Ha già scritto che il NIE è centrale nell’attuale diatriba letteraria che scuote l’Itaglia. Gia’ solo per questo è il solito incrocio di collie e spinone.

    Rispondi
  7. scott.ronson

     /  giugno 6, 2008

    Una piccola mozione d’ordine: si può evitare, se possibile, la caciara “wu ming&co. stronzi vs. fighi”? Tanto non porta a nulla ed è un mese che la leggo, in forme diverse ma sempre uguali, ovunque si parli di NIE.
    ciò detto:

    i.i. grazie per i complimenti, anche se messi così, certo… 😉
    Mi domandavo solo se i libri di WM che hai provato a leggere sono solo quelli che citavi nel tuo post, perché nel caso un’occhiatina ai lavori collettivi dovresti pur darla…

    torgul: grassie

    Anna Luisa: ah, non c’è fretta. Magari per quando tu hai trovato il tempo io sono pure riuscito a mettere a posto i link.

    p. non ha ancora scritto nulla di organico sulla cosa, vero. Oggi però su carmilla c’è una recensione legata al NIE.

    Rispondi
  8. anonimo

     /  giugno 6, 2008

    @ ii: non per fare l’avvocato di WM (mi stupisco anzi che non si siano ancora fatti sentire, in genere si gettano come falchi su ogni discussione li riguardi) ma potresti portare prove alla tua tesi che i suddetti “si credono dei in terra e avanguardie” e alla relativa spocchia? No perché io li seguo da tempo e non ne trovo traccia. Poi qui non si sta giudicando il lavoro dei WM, ma solo un’ipotesi critica che hanno avanzato e chiede discussione.

    Paolo

    Rispondi
  9. Torgul

     /  giugno 6, 2008

    WOW!!

    Addirittura linkato sul feed reader di wumingfoundation!!

    Ammazza!!

    😀

    Comunque, finchè nic sarà idiotaignorante (e noi speriamo a lungo), non si potrà far a meno delle caciarate nei commenti. D’altra parte il suo ruolo di bambino che indica il re nudo è essenziale, se non vogliamo diventare come quelli di Libero, o del Foglio…

    (Si, Nic, ti ho disinnescato, ora sei perfettamente inquadrato nel sistema, come il matto dello shtetl..)

    Rispondi
  10. idiotaignorante

     /  giugno 6, 2008

    Torgul: io sono il Sistema. Cosi’ posso pagarmi vizi e puttane, mentre voi vi opponete vanamente e vi rodote il fegato. 🙂

    Paolo: a me paiono spocchioso fin dal linguaggio che usano. Forse abbiamo livelli di tolleranza molto diversi, non so. Gia’ il saggio sul NIE fa ridere, perche’ ricopre di paroloni roba vecchia e rivecchia per saltare sul carro di Saviano e di “Gomorra” che, a differenza dei loro mattoni, e’ scritto bene e dice qualcosa e lo fa vendendo un botto di copie.

    Rispondi
  11. wm1

     /  giugno 6, 2008

    Un’osservazione rapida poi mi eclisso, anche perché – come fa notare Paolo – ultimamente siamo stati molto (e anche troppo) presenti e disponibili, abbiamo discusso in molte sedi, chiarito, risposto a critiche, commentato, ed è davvero ora di tirare il fiato, raccogliere gli spunti, rimuginarli.

    Le cose che abbiamo scritto di “Gomorra” come oggetto narrativo non-identificato, e che vengono citate pari pari nel memorandum sul NIE, risalgono (come puntualmente indicato in nota) al giugno 2006, quando “Gomorra” aveva venduto sì e no 10.000 copie e Saviano era un mezzo sconosciuto.

    Questa teorizzazione precede di cinque mesi l’incidente di Casaldiprincipe, con assegnazione della scorta e can-can mediatico. Siamo stati tra i primissimi a scrivere qualcosa di approfondito su “Gomorra”.

    http://www.robertosaviano.it/documenti/8889/125/0

    http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/gomorra.htm

    Nel successo di “Gomorra” ho visto una conferma, la conferma della potenza perturbante che individuavo nel libro nel 2006. La sua natura di “oggetto narrativo non-identificato”, lungi dall’essere teorizzata ex-post, è stata tematizzata con largo anticipo sul corso degli eventi.

    I carrozzoni esistono, e passano, ma spesso esistono e passano solo nella testa di chi pensa in quei termini. Scott ricorderà che, l’anno scorso, Saviano fu a sua volta (grottescamente!) accusato di essere saltato sul *nostro* carrozzone (?), per aver scritto questo:
    http://www.robertosaviano.it/documenti/9054/

    Salut!

    WM1

    Rispondi
  12. scott.ronson

     /  giugno 6, 2008

    i.i.: “gomorra” nel saggio sul NIE non è poi così centrale. Mi sembra un po’ pretestuoso, ridurre tutto solo a quello.
    Sulla faccenda “cose vecchie”, beh, sì, il saggio parla di “1993-2008”.
    Tu cosa intendevi, per “roba vecchia”?
    (tra l’altro, quell'”io sono il Sistema” mi ricorda un po’ la puntata di Celebrity Death Match in cui Zack de la Rocha incontra The Machine)

    WM1: ricordavo l’articolo su Gomorra, avevo rimosso la polemica sulla recensione di Saviano a Manituana. Però è affascinante l’idea di questi carrozzoni che si saltano addosso gli uni agli altri.
    Grazie per la segnalazione nei feed del sito e per gli aggettivi che la accompagnano.

    [Nota a margine: ho sistemato i link. E sto giochicchiando con un’altra piattaforma…]

    Rispondi
  13. idiotaignorante

     /  giugno 8, 2008

    Roba vecchia: intendo l’utilizzo di quel modo di narrare nato in America una quarantina d’anni fa, quello dei Pynchon, Dos Passos, Ellroy per esempio, che qui da noi viene riprodotto in maniera goffa, didascalica e noiosa da questa gente.

    Rispondi
  14. scott.ronson

     /  giugno 8, 2008

    i.i.: però il punto è che viene usata in Italia (“Italian”), adattata a contesti e situazioni diverse. Che l’Italia soffra di un leggerissimo ritardo culturale nei confronti del resto del mondo è un dato di fatto.
    La domanda corretta allora dovrebbe essere, credo “ma in Italia, prima del 1993 indicato da WM1, c’è stato qualcun’altro che ha prodotto testi che potrebbero essere ricondotti al NIE?”
    (domanda alla quale non so rispondere. Per ora mi fido di WM1 e dico “no”, ma se qualcuno studiasse più a fondo l’argomento farebbe sicuramente cosa gradita)

    Per quanto riguarda la resa, nel saggio si cita “Asce di guerra” giudicandolo poco riuscito e idem per “sappiano le mie parole di sangue”. Non penso che nelle intenzioni ci fosse quella di stabilire un nuovo canone di eccellenza, quanto piuttosto quella di mappare un territorio. I giudizi su un libro sono, e non possono essere che, soggettivi. La presenza o meno in un libro di determinate caratteristiche lo è di meno. Ed è di questo che, credo, si discute.

    Rispondi
  15. anonimo

     /  giugno 8, 2008

    Ellroy non è un autore di quarant’anni fa, i suoi libri più importanti & innovativi sono usciti negli anni Novanta, di che si va blaterando?

    Rispondi
  16. idiotaignorante

     /  giugno 8, 2008

    Anonimo: e’ vero, ma non avevo voglia di puntualizzare.

    Scott: cio’ non toglie che in quei (pesantissimi, noiosissimi) libri che ho letto di ‘sta gente, senti sempre la fastidiosa gomitata nelle costole e l’occhiolino dell scrittore, che ti dice “eheh, vedi, la mia e’ narrativa postmoderna metanarrativa che prende da X e Y, eheh, forte, eh?” in una maniera tanto pedante e noiosa, tanto italiana (ovvero, quel modo deleterio e orrendo di scrivere in qui lo stile diventa valore in se’ stesso e + stilositaà = + valore, con tutto cio’ che ne consegue) in una parola, che vien voglia di accendere il caminetto piu’ vicino.

    Rispondi
  17. anonimo

     /  giugno 9, 2008

    Ciao Scott,
    solo per fermarsi al 1990 (ma si potrebbe andare più indietro), c’è una bella lista di testi compilata da Tiziano Scarpa qui:
    http://www.ilprimoamore.com/testo_920.html

    In termini magari meno veementi di Nic, però io sono sostanzialmente d’accordo. Sia sulla autoreferenzialità, sia sulla prosopopea, sia infine sulla scarsa novità di tutta la faccenda, che infatti è costruita ex post e con criteri abbastanza vaghi da potersi annettere un po’ quel che gli pare.

    Postillina sui toni (che io sono favorevolissimo ad abbassare): WM1 si è espresso così: “A provare il vero fastidio sarà sempre più la casta dei mediatori: critici nientisti, baroni dell’après moi le déluge, scrittori merdaioli, grandi firme del gossip culturale”.
    Speriamo che il momento di eclissarsi per “tirare il fiato, raccogliere gli spunti, rimuginarli” arrivi davvero…

    Rispondi
  18. scott.ronson

     /  giugno 9, 2008

    ii: oh, non so che dirti. Quello che dici io nei libri dei WM non lo trovo. E nemmeno in altri autori riconducibili alla cerchia che hai in mente te. Forse solo in Genna, ma lì trovo che questa auto-consapevolezza sia un valore aggiunto.

    anonimo: lo so, l’ho vista. Scarpa però, mi pare di capire, critica evangelisti su un punto ben preciso, quello della narrazione minimalista vs. massimalista.
    Ciò detto, onestamente conosco solo quelli due di Lucarelli – che non farei rientrare nel NIE, in quanto classici gialli di ambientazione storica (come, immagino, la Comastri Montanari).
    Mi incuriosisce molto “Garibaldi a Gettysburg”, che però ho avuto tra le mani su una bancarella e mi è parso di capire che sia “solo” fantascienza utopica.
    Approfondirò, comunque.
    Secondo me esiste comunque qualcosa che accomuna molti dei testi citati da WM1, nulla vieta che possa estendersi più a ritroso nel tempo. Vedremo. Leggo e mi faccio un’idea.

    Però la lista di Scarpa non è in sè una confutazione in toto al saggio di WM1, ma solo una critica a un pensiero di Evangelisti che, per altro, non mi pare di trovare espresso nella forma espressa da Scarpa nell’articolo apparso su Carmilla.

    Sui toni, direi che quella frase WM1 l’ha scritta “a casa sua”, dove ciascuno è padrone. Visto che i WM hanno un’email pubblica, mi pare un po’ sciocco usare spazi pubblici per mandarli a fare in culo. Tutto qui.

    Rispondi
  19. vorbus

     /  giugno 9, 2008

    Segnalo che del testo di Tiziano Scarpa linkato due commenti più in alto si è discusso (ormai molti..) giorni fa, WuMing1 compreso, sul sito di Scrittura Industriale Collettiva, dove c’è una bella discussione ancora in svolgimento.

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  20. anonimo

     /  giugno 14, 2008

    > La domanda corretta allora dovrebbe essere, credo “ma in Italia, prima del 1993 indicato da WM1, c’è stato qualcun’altro che ha prodotto testi che potrebbero essere ricondotti al NIE?”

    Uhm..Pasolini (sempre che fosse italiano), forse?

    Harlot

    Rispondi
  21. wm1

     /  giugno 14, 2008

    Scusate, ma c’è un equivoco di fondo. La data del 1993, lungi dall’essere arbitraria, ha un preciso senso che nel memorandum è argomentato. Il campo di forze che ho chiamato “New Italian Epic” è formato da un insieme di opere letterarie di ampio respiro scritte in Italia, in lingua italiana, dopo la fine della Guerra Fredda – o meglio, dopo lo smottamento politico del 1993, conseguenza domestica del crollo del “socialismo reale”.
    Insomma, opere letterarie figlie del terremoto che pose fine al bipolarismo, concepite e scritte in questa “Seconda Repubblica”, con alcuni “salti di fase”(giri di boa etc.) determinati da eventi come la guerra alla Jugoslavia, il G8 di Genova, l’11 Settembre etc. Opere che di tali sconvolgimenti rechino tracce su un piano allegorico profondo.
    Quindi, cercare il NIE in opere precedenti quegli eventi è un’operazione che contraddice la premessa. Per ovvie ragioni, nessuna opera scritta prima della caduta della “Prima Repubblica” può aver tenuto conto di tale caduta. O no?

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  22. anonimo

     /  giugno 14, 2008

    Beh, ovviamente. Anche se tutti (o quantomeno la maggior parte) i tratti caratterizzanti delineanti da WM1 erano presenti, sparsi, in opere antecedenti il 1993 (ma anche il 1992, mani pulite è di quell’anno).

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  23. wm1

     /  giugno 14, 2008

    Le indagini cominciano nel ’92. L’effetto-domino parte, dapprima lento, ad aprile dopo il risultato elettorale sfavorevole al pentapartito (ma attenzione: il PSI ancora tiene). A fine giugno si forma l’ultimo governo DC-PSI-PSDI-PLI, il governo Amato, che rimarrà in carica fino all’aprile del ’93. E’ nel ’93 inoltrato che comincia a venir giù la baracca. Le monete a Craxi davanti al Raphael vengono tirate il 30 aprile del ’93. L’agonia prosegue tutto l’anno, poi all’inizio del ’94 la DC si scioglie, e poco Craxi fugge dall’Italia. L’anno del caos è il ’93, l’anno del crollo è il ’94. Direi che è a quell’altezza che possiamo situare lo spartiacque. Le opere scritte o pubblicate nel ’92, sebbene di poco, erano ancora figlie di un’altra epoca.

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  24. bookswebtv

     /  ottobre 3, 2008

    “Ho appreso più cose sul dopoguerra da 54 e Asce di guerra che da qualsiasi altra parte”..perfettamente d’accordo..a parte i demeriti credo che l’epica dei Wu Ming sia di un’autenticità raramente toccata da altri..al di la delle allegorie c’è la sostanza..

    davide

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