Paperino e Paperoga contro il G8

Sei anni fa, le manifestazioni di protesta contro il G8 di Genova si trasformavano in un battibaleno in un’altra delle pagine nere di questo Paese.
Ci sono dei processi in corso, oggi, persone picchiate dalla polizia che stanno venendo risarcite, ma l’impressione è (al solito) che sulle parti più spinose calerà il più totale silenzio.
Come ho già fatto qualche settimana fa, non posso che consigliare la visione di Le strade di Genova, un documentario che ha l’innegabile pregio di ricostruire la tempistica esatta dello svolgimento di manifestazioni e scontri, cosa importantissima soprattutto per capire che cosa successe il 20 luglio 2001 e quali eventi portarono alla morte di Carlo Giuliani.

Untitled9 Un giorno, verso la fine di gennaio 2002, avendo una scheda auguri del telefonino da scaricare, inizai con Drage una discussione via sms su quali personaggi Disney avrebbero potuto interpretare i ruoli di alcuni dei personaggi chiave dei “fatti del G8 di Genova”. Ne venne fuori una bella lista, che qualche tempo trasformai in un racconto vero e proprio, che è quello che vi propongo qui sotto.
Tra l’altro all’epoca ero reduce dalla lettura di diverse cose di Carl Barks e Don Rosa, quindi buona parte dei riferimenti a vicende precedenti di Paperino e Zio Paperone sono assolutamente documentati.
Se vi va di leggerlo, lo trovate qui sotto.
Un’unica avvertenza: è lunghetto, per un pezzo web (circa 4000 parole), quindi la cosa migliore è stamparselo e leggerselo con calma.
Se non ci sentiamo più, è la Disney che mi ha mandato a casa le faine di Roger Rabbit.
(dimenticavo, per pagare subito tutti i debiti: questa storia deve molto a Canard à l’orange mécanique e a Pantegane e Sangue di Wu Ming. Dal sito di WM viene anche l’immagine di Paperino, opera di C. Odorici)

Vaffanculo zio Paperone. Vaffanculo. Quanti cazzo di anni sono che mi paghi 5 centesimi all’ora per lavorare, esattamente quanto paghi i tuoi schiavi che cuciono scarpe e palloni in squallide baracche da qualche parte nel sud di questo mondo? Eh, quant’ è?
Non ti bastava questo? Non ti bastavano gli orridi cartelli con il tuo finto nemico Rockerduck? No, vero? E allora cosa hai fatto? Hai organizzato un cazzo di incontro con tutti i tuoi amici ricchi, pure quel figlio di buona donna sudafricano, Cuordipietra Famedoro, con cui ti piace tanto fare credere alla stampa di essere in odio? Sapessero quello che combinate, d’amore e d’accordo, ai lavoratori delle vostre miniere di diamanti… E poi organizzate pagliacciate come quella della palla di spago, in Africa. Tre mesi ho passato dentro e fuori dagli ospedali,, per tutte le malattie che mi sono preso laggiù, e le spese me le sono pagate io.
Il Ghi8 l’hai chiamato, il vostro vertice. Mangerete e berrete per un’intera giornata, tu e i tuoi amici, e non la schifezza chimica che le vostre industrie alimentari propinano alla gente, immagino. Avrete cuochi, e chef e tutta quella gente lì, ai vostri ordini. E non solo loro, vero? Vi chiuderete dentro, bloccherete mezza città per la vostra immonda festa. Sono arrivati poliziotti da mezza America, ieri ho visto persino Topolino. Mi ha guardato, mentre si aggirava a guardare i preparativi della manifestazione di oggi. Mi ha preso da parte, mi ha detto:
“Stai a casa, vecchio, domani. È meglio.”
Sbirro fascista del cazzo.
Sono un mezzo esercito, armati, ovunque. A Paperoga controllano i documenti ogni mezz’ora, per fortuna gli ho imposto di girare senza fumo in questi giorni, altrimenti lo avevano già sbattuto dentro, gli stronzi. Non aspettano altro.
Dall’altra parte ci siamo radunati noi. Siamo tanti, lo sapete, e vi facciamo paura.
Avete paura che entriamo nelle inquadrature delle vignette, vero? È tutto organizzato, dovrebbe essere una storia in interni, tutta all’interno della tua villa paperolese (ti ricordi? Era la prima volta che ti vedevo. La prima dopo quel famoso calcio nel sedere. In faccia avrei dovuto dartelo, vecchio figlio di puttana. Lo sai in quale ospizio per poveri sono morte le tue sorelle, o dove sono seppellite? No, immagino. Che te ne frega di loro, giusto?), con tanti bei discorsi educativi ai bambini su cosa sia l’economia, cosa vogliono dire parole come “new economy”, “deficit”, e merda simile. L’economia raccontata da voi vecchi squali.
Spiacente, vecchio.
Non ce ne staremo buoni.
Faremo di tutto per entrarci anche noi, nella vostra propaganda.
Potete recintare ciò che volete, ma le idee passano. E una volta passate restano, si riproducono, si muovono.
I giorni preparativi sono stati frenetici, disperati e divertenti. Ho visto gente da tutto il mondo, pure quel vecchio stregone africano, quello a cui hai raso al suolo il villaggio per diventare un po’ più ricco. (Ti ricordi? Già, alla fine il Gongoro se la prese con me, ma prima per colpa tua è affondato il Titanic. Non senti ancora le grida ghiacciate dei morti di quella notte?). Ci coordina, o meglio è il nostro portavoce, quel geniaccio di Pico De Paperis. Ha provato a trattare con i vertici Disney, gli hanno risposto che avrebbero infilato nella storia un breve passaggio sugli inconvenienti che può causare l’economia globalizzata di cui discuterete.
Troppo poco, ci spiace. Oggi marceremo per le strade di Paperopoli, arriveremo fino alle vostre reti, o meglio ci cercheremo. State attenti. Se entreremo, il vostro teatrino sarà rovinato. Fossi in voi, terrei acceso il motore dell’elicottero.

Il sole splende su Paperopoli. La giornata d’estate è splendida. Dopo il diluvio della notte, il cielo è azzurro e il sole giallo come solo nei fumetti a colori. Magia della quadricromia.
Alcuni hanno ancora gli occhi assonnati, hanno ballato al concerto di Gallu Chao, che ha ottenuto un’ovazione quando ha attaccato il suo durissimo brano di denuncia sociale, quello che inizia con “ogni città / il suo male ha”. Oggi dovrebbe essere in testa alla marcia, assieme a Pico e a una folta rappresentanza delle Giovani Marmotte. Sono stati loro a occuparsi dell’accoglienza di chi veniva da fuori. Qui Quo e Qua, in particolare, hanno trattato con il sindaco per ottenere una scuola chiusa per l’estate per ospitare parte dei manifestanti. Sono stati accontentati quasi subito.
Il colpo d’occhio è notevole.
Animali esotici ovunque, voci che parlano in tutte le lingue, finalmente ognuno può parlare la sua lingua senza essere doppiato. Ovunque, personaggi apparsi di sfuggita in storie vecchissime. Sovrasta tutto e tutti l’infame collina Ammazzamotori, con in cima il malefico simbolo dell’oppressione globale, protetto dai cannoni e dai sofisticati sistemi di sicurezza.
Sono molti più di quanto avessero preventivato, la piazza non ce la fa a tenerli tutti, alcuni vorrebbero già muoversi.
Paperetta Yè Yè, attivissima, frenetica, gira da una parte all’altra, da uno striscione all’altro, distribuisce limoni e numeri di telefono di medici e avvocati, sperando che non servano.
Archimede controlla che gli scudi che ha progettato reggano. Con i fondi che gli sono stati dati, non ha potuto fare molto. Paperone e la Disney questa volta non hanno aperto la borsa: “Uno scienziato come lei non si dovrebbe immischiare con simili pagliacciate, signor Pitagorico”. Lui li ha mandati cortesemente a farsi fottere, poi ha sguinzagliato un vecchio dobermann robotico, che ha fatto strazio del costosissimo abito del dirigente Disney. Probabilmente non vedrete l’inventore in nessuna storia per un bel po’.
L’altra parte dello schieramento è costituita dalla Polizia. In gran parte fatta venire apposta da Topolinia, dove sono molto più abituati a trattare con i criminali. Sono energumeni, grossi mastini, giocano con i loro manganelli, intanto che aspettano sotto il sole, corazzati in armature di plastica. Sono in piedi dall’alba, non hanno dormito, hanno mangiato quel poco che basta a tenerli in piedi e renderli feroci. Alcuni hanno le pupille spaventosamente dilatate, qualcuno ogni tanto ingoia qualcosa, i capi fanno finta di non vedere.
Basettoni è stato esautorato dall’incarico qualche giorno fa, aveva dichiarato che forse era meglio non portare così tanti uomini, e così armati. Gli è subentrato Manetta, che alle riunioni con gli organizzatori dei manifestanti aveva promesso “tolleranza zero”, soffiando continuamente fumo in faccia a Pico.

E quelli chi cazzo sono? Spuntano dalla strada, circa alle 10. Sono grossi, in tanti, e vestiti di nero da testa a piedi, con il volto coperto. Hanno spranghe, bastoni, catene. Come fanno ad averle? Perquisivano tutti, in questi giorni. C’è qualcosa che puzza qui. Chiamo Ciccio, chiedo se lui e i suoi in tuta bianca ne sanno qualcosa. Niente, non sono dei loro. Si stanno armando meglio, ora. Staccano pietre dal selciato, prendono bottiglie dai cassonetti. Sembrano sapere decisamente il fatto loro. Questa non ci voleva. Pico e Ciccio parlano tra di loro. Decidono di farli andare avanti, non è il caso di stare troppo vicini a questa gente, credo abbiano ragione. Dall’altra parte non aspettano che un pretesto per massacrarci, e non è il caso di darglielo. Vado a raccattare Paperoga, mentre i neri si allontano, al suono di una marcia militare. Non mi convincono, li ho già visti da qualche parte… Mi passano accanto. Una voce familiare. Chiede a quello che ha davanti se ha prugne secche. Prugne secche? Squack!!! Sono i Bassotti! Qua si mette malissimo! Non sembrano intenzionati a rapinare il deposito, c’è nei loro occhi una gioia ebbra che non ho mai visto quando hanno assaltato il bottino dello zio. No, lì lo facevano per dovere, per dare un piacere a quel povero vecchio, un senso alla sua vita.
Oggi sono qui per divertirsi, e sono un branco di psicopatici. Cazzo, devo avvisare Pico, che chiami Topolino, forse c’è ancora una speranza, qua rischia di scoppiare un casino che manco ci immaginavamo. E i nipoti dove sono finiti?
Corro da Pico, è al telefono. Con la polizia, mi spiega nonna Papera, che è lì vicino. Povera vecchia, sono due settimane che la sua fattoria fornisce cibo a tutta la gente che è venuta a Paperopoli. Tra l’altro sta difendendo i suoi metodi di coltivazione tradizionale con i denti e le unghie: Paperone da anni cerca di imporle concimi cimici e mezzi industriali. Oggi sembra ancora più vecchia del solito, i suoi occhi sono stanchi, le piume del viso sciupate.
Pico mette giù il telefono. Impreca, un’imprecazione ricercata, elegante come lo sono tutte le imprecazione della gente di cultura di una certa età. Per un istante mi rendo conto che sono davanti a due ultimi rappresentanti delle rispettive razze. Ci mancherà, un giorno, gente così.
“La Polizia dice che sono affari nostri, se sono venuti qui è perché la nostra manifestazione li ha attirati. Quindi ogni responsabilità cade su di noi”. Chissà perché, ma mi aspettavo una risposta simile. Pico guarda per terra. “Li lasciamo andare avanti,” dice. Ciccio annuisce. “Potremmo fare un cordone attorno al corteo,” suggerisce. “Servirà a poco,” risponde Pico, “ma tentiamo”.
Paperoga giocola con le clave. “Andiamo?” mi chiede. “Tra un po’ dico io. Chiamo Paperina, cerco di sentire dove si trova. Risponde dopo cinque o sei squilli. “Signor Paperino,” mi dice, con il tono che ha sempre quando mi vuole rimproverare (la immagino battere il piede per terra, anche), è tutta la mattina che aspettavo che mi chiamassi. Ora sono al mare, ci sentiremo più tardi”. Al mare? E chi cazzo ce l’ha portata al mare questa, che non guida neanche a picchiarla? Ovviamente la risposta è semplicissima. Dall’altra parte del telefono mi arriva, insopportabile, la voce di Gastone che la invita a terminare in fretta la conversazione e tornare in acqua. Bestemmiando (io non ho studiato come Pico, le mie imprecazioni sono molto meno varie) chiudo il telefono e mi faccio passare la boccia di vino da Paperoga.

La massa nera si allontana dal corteo multicolorato, compatta come un piccolo esercito. Si dividono in gruppi di tre o quattro, si dedicano con certosina pazienza a sfasciare vetrine, incendiare auto, e cose simili. L’esercito dei poliziotti schierati li guarda da lontano, con aria distratta e assente. Sembra esserci un patto non scritto per cui si ignorano a vicenda.
Il resto del corteo è lontano da queste scene. Qualcuno si aggira tra i banchetti delle associazioni, altri controllano che gli scudi di plastica siano fissati correttamente, in generale c’è un’atmosfera rilassata, come una grande festa a cielo aperto. Gli organizzatori sembrano essere un po’ più preoccupati, ma alla fine l’ambiente contagia un po’ anche loro.
Alla fine si decide che è il momento di muoversi. Lentamente, a fatica, l’enorme massa di gente inizia a muoversi, affollando le strade di Paperopoli, riempiendole, saturandole con la loro presenza. Dall’alto è uno spettacolo imponente, ma è standoci dentro, girando in mezzo alla gente, che se ne gode completamente la portata.
I neri sono più avanti, distruggono, sfasciano, fingono di attaccare la polizia, che li guarda. Ogni tanto gli sbirri fingono di accennare una carica, menano due manganellate all’aria, senza convinzione, come se non si trattasse di niente di più che un esercizio. Un antipasto, forse.

Hanno attaccato all’improvviso. A tradimento. Non c’è stato nemmeno l’ordine di disperdersi (mi sono informato, dovrebbero darlo. Credo che il volantino che abbiamo distribuito con tutte le cose da fare in caso di arresto possa essere gettato nel cesso: questi menano, dei cavilli legali se ne sbattono il cazzo!), un istante prima lo schieramento di sbirri era fermo davanti a noi, un istante dopo ci correvano incontro, con i manganelli alzati. Gli scudi hanno retto un minimo, almeno fino a che non è partito un blindato. Già, un veicolo blindato, lanciato a una velocità folle contro la prima fila, contro le persone. Chi teneva gli scudi è fuggito, gli scudi sono caduti, gli sbirri sono sciamati in mezzo al corteo. Facce spiritate, dietro le maschere antigas o i fazzoletti alzati. Colpivano meccanicamente, a gruppi di tre o quattro. Due se la sono presa con me, sono riuscito a non cadere, mi sono protetto la testa con le mani, e quelli mi hanno lasciato in pace, sono andati a prendere a calci un ragazzino caduto per terra poco lontano da me. Mi vergogno a dirlo, ma me la sono filata, mi sono riparato lontano dalle prime file. Il ragazzino l’hanno poi trascinato via, ha lasciato una striscia di sangue sull’asfalto. Paperoga, qui di fianco a me, ha uno squarcio sopra al sopracciglio, perde sangue come un porco, ma sembra star bene. A me fa malissimo il braccio destro, ma niente di grave. C’è gente qui vicino messa molto peggio. Il Gran Mogol, per dirne uno, si è beccato una manganellata in pieno viso, e ha tutto il becco storto e scheggiato. I poliziotti sembra si stiano per riorganizzare. Sono ricomparsi i neri. Nessuno di loro è ferito, o sembra avere avuto scontri con i poliziotti.
Un sibilo. Alla mia destra cade un pezzo di ferro, come un tubo di metallo, che perde fumo. Lacrimogeni. Pure questi?!? In un attimo il fumo invade la gola, aggredisce gli occhi, sento le piume bruciare, e questi cosi piovono come grandine (mi ricordano i tappi con cui hai distrutto una comunità pacifica e perfetta, ti ricordi zio quella pioggia di tappi con cui volevi farli tutti ricchi? Ma come cazzo si fa a essere così stronzi?). Arretrare, certo, ma da che parte è dietro, non si vede più niente?
Mi manca l’aria, inizio a delirare, risento la voce di Topolino nelle orecchie, “stattene a casa che è meglio”.
Cazzo, forse aveva ragione lui. Barcollo, scelgo una direzione e mi ci fiondo. Sono fortunato, esco fuori, in un vicolo secondario, di quelli che nelle storie non vedrete mai, con scritte oscene sui muri e siringhe in mezzo alla spazzatura. Devo stare ancora delirando. Uno della Banda Bassotti sta parlando con Topolino. Probabilmente il topo lo sta arrestando. Sì, deve essere così. “D’accordo, capo, andiamo di là, allora”, dice 167-176, o chi cavolo è, poi si rimette il passamontagna ed esce dal vicolo.
CAPO? D’ACCORDO?
C’è qualcosa che non va, è chiaro.
“Squak!” grido a voce alta. La mia cazzata della giornata: il topo mi sente (con quelle orecchie paraboliche che si ritrova mi avrebbe sentito anche se avessi trattenuto il fiato), si volta verso di me. Ha l’aria stanca, quando mi dice: “Te l’avevo detto che era meglio stare a casa, Paperino”.
“Non la passerai liscia, Topolino, siete tutti d’accordo, vero? Il gioco è sulle nostre piume, come al solito… ma io ho sentito tutto, tutti sapranno cosa avete organizzato, hai capito? Tutti!”
Il topo sorride, poi con la sua vocetta stridula:
“Paperino, sia benedetta la tua ingenuità”
Due braccia robuste mi stringono da dietro, poi altre due. Sbirri, dannazione. Non posso lasciarmi catturare, mi divincolo, cerco di morderli, ma è inutile, mi mettono sotto, mi fanno piegare la testa. Nel frattempo, il topo mi sta venendo incontro, di corsa. Cerca di colpirmi con un calcio, ma mi sto ancora divincolando, e mi manca. Lui, il grande Topolino, l’idolo di grandi e piccini, ha sbagliato. Mi piacerebbe sorridere, ma il secondo calcio mi gela il sorriso sul becco. Anfibi rinforzati, lo stronzo. Non sento più la faccia, per un attimo. Poi, tutto il dolore di questo universo mi esplode addosso. Grido. Qualcuno accorre, quelli mi lasciano andare, il topo e gli sbirri fuggono da una parte, io dall’altra.
Ho sangue dappertutto, un occhio chiuso, non vedo più niente. Sento solo la voce di Pico, e poi qualcosa di fresco.
Credo che nessuno si arrabbierà se svengo un attimo.

Paperopoli come la W.D. non ve la mostrerà mai, vista dall’alto, invasa dal fumo di lacrimogeni, le strade piene di gente che scappa, coperta di sangue e terrorizzata. Alcuni portati via in catene, altri lasciati a sanguinare per terra. Bambini e donne che piangono, vecchi che si trascinano sperduti, con lo sguardo di chi non capisce che cosa gli sia capitato.
Una rapida zoomata ci porta a vedere la villa in cui P.d.P ha trascorso i cosiddetti “anni perduti” della sua vita, la sua Xanadu. Qui l’aria è pulita, i volti sorridenti, a parte le baruffe da sceneggiatura. Non un’eco di quello che succede sulle strade giunge tra queste mura. Solo il rumore di becchi e mandibole in azione, che triturano cibo e inghiottono champagne (anche se sulle bottiglie c’è scritto gassosa), mentre discettano di economia. Decisamente, l’opuscolo informativo sta riuscendo alla perfezione.

Più lontano, in una caserma di polizia, tre piccoli paperi si presentano a rapporto da Manetta. Si tolgono i cappellini colorati, e si mettono sull’attenti. Il capo sbirro li guarda, poi chiede:
“E voi chi sareste?”
“Agente infiltrato Credere…”
“…agente infiltrato Obbedire…”
“…agente infiltrato Combattere, ai vostri ordini, signore”
Manetta quasi inghiotte il sigaro: loro tre, i nipoti del papero riottoso, sono i tre ottimi elementi che hanno permesso di raccogliere informazioni a centinaia sull’organizzazione dei manifestanti?
“Ehm, riposo ragazzi, riposo… novità?”
“L’attività …”
“… è…”
“sotto controllo, signore”
“In che senso?”
“I manifestanti…”
“… si…”
“… stanno ritirando…”
“… e…”
“… tornano alla scuola…”
“… come previsto.”
Manetta sorrise. Perfetto, tutto perfetto. La scuola era stata preparata da tempo, con armi occultate ovunque. Sarebbero entrati, e li avrebbero arrestati tutti, con delle ottime scuse per farlo.
Entro la mattina dopo, sarebbe stato tutto finito. Niente più rivolta, niente più anarchismo, nulla, solo la regolarità della gabbia di vignette, tre per due, una quadrupla in apertura, una doppia di tanto in tanto, ogni tanto delle frecce per spiegare i passaggi più difficili, al massimo delle rare storie a bivi. Nessuno avrebbe mai conosciuto quella storia, impaginata come neanche un fumetto di Moebius, con centinaia di azioni simultanee, nessuno.
Quel lavoro non piaceva nemmeno a lui, ma era necessario. Ne andava della loro stessa esistenza. Quello era ciò che veniva richiesto a lui e agli altri: semplicità , prevedibilità e gag divertenti. Il resto, lo lasciava volentieri agli altri.
Si accorse di essersi lasciato andare ai suoi pensieri. I tre paperottoli erano ancora lì che lo fissavano, senza muoversi.
“Andate a casa, ragazzi,” disse, “riposatevi e dimenticatevi che tutto questo sia successo”.

Mi risveglio per il rumore. Dove sono? Riapro piano piano gli occhi, fa tutto malissimo, devo essere gonfio come un melone. Fottuto topo del cazzo.
Il laboratorio di Archimede. Devono avermi portato qui mentre ero ancora svenuto, mi hanno messo a riposare su di una brandina. Archimede e Pico sono intenti a confabulare, chini su di un qualche affare elettronico. Ci sono anche altri due tizi con loro. Mi pare di averli già visti, devono essere due scienziati di Topolinia. Potremo fidarci di loro?
“Pico…” provo a dire. Muovere il becco mi fa male, il suono che esce è una specie di rantolo. Lui si volta, mi sorride, mi fa un cenno come a dire “dopo”, poi si ributta nella discussione.
“… sfasamento protonico…”
“… sfondamento dell’immaginario collettivo…”
“… quantizzazione psitrionica…”
“… sceneggiatura analogica…”
“…. i dettagli degli stivali…”
Questo è troppo. Là fuori c’è gente che sta venendo massacrata, e queste quattro teste d’uovo giocano ai mad doctors. Sarò ferito, ma ho una fama da rispettare, sento la rabbia salirmi dentro dalle palme delle zampe fino al becco, salto in piedi e sbraito:
“Insomma, là fuori c’è gente che sta venendo massacrata, Topolino è in combutta con quei figli di puttana e voi state lì a giocare come dei nerd qualsiasi?!? Volete fare qualcosa SQARABRASKW (ecco, come al solito la voce mi si rompe in uno starnazzare scomposto; meno male che ci sono abituati, a volte è davvero imbarazzante)
Si voltano tutti e quattro con l’aria seccata, ma è solo Pico a parlare:
“Per tua informazione, lo sappiamo, abbiamo filmato tutto. C’è di più: i tuoi nipotini sono spie della polizia, i loro nomi in codice sono Credere, Obbedire e Combattere.”
Gulp. Questa non me l’aspettavo, dovrò risfoderare il randello delle punizioni severe, quello che nelle storie non mi fanno usare da un sacco di tempo (è diseducativo, dicono). Pico continua, mentre gli altri tre si rimettono al lavoro:
“La polizia ha fatto irruzione nella scuola occupata, poche ore fa, e ha sequestrato delle armi, che probabilmente hanno messo loro stessi lì, e ha arrestato tutti quanti. Ormai c’è una sola cosa che possiamo fare, ed è fare in modo che tutta questa storia venga pubblicata”
“Eh?”
“Stiamo lavorando a un trasduttore molecolare che dovrebbe modificare le pagine del numero in uscita domani a nostro piacimento. Il suo funzionamento è troppo complicato perché tu possa capirlo – credo che solo noi quattro sappiamo di cosa stiamo parlando, e solo per brevi intervalli di tempo – ma il succo della faccenda è che tutti noi dovremo pensare intensamente a quello che è successo, quando la macchina entrerà in azione. Solo se tutti noi ricorderemo che cosa è successo oggi, riusciremo a trasmetterlo a chi sta dall’altra parte del foglio, altrimenti tutto questo sarà stato inutile”.
Quack. Pesante. Non avevo mai pensato che potessimo avere tutto questo potere, noialtri.
Le ore successive trascorrono in attesa. Ho paura a uscire di qui, e i quattro cervelloni sono persi in un mondo tutto loro, è impossibile comunicare con loro. Alla fine vado a dare un’occhiata allo specchio, e quello che vedo non mi piace per niente. Ho il becco rotto in un paio di punti, e l’occhio sinistro gonfio come una palla da tennis, ma forse io sono uno di quelli ai quali è andata bene.

Alla fine, tutto è pronto. Pico ha diramato l’annuncio, tutti dovrebbero essere sincronizzati sull’ora X. La macchina, uno scatolotto nero con un’antenna luccicante, entra in funzione con un ronzio cupo. A quanto ho capito, prima accumula le memorie collettive, poi, poco prima di saturare, le disperde. I quattro hanno passato ore a calcolare le coordinate esatte di invio, ma ora dovremmo esserci, dovrebbe funzionare tutto alla perfezione.
Buffo, sento che manca qualcosa. Se fosse una delle solite storie, a questo punto dovrebbe entrare in scena…
…Paperoga.
Entra nel laboratorio, senza che nessuno si sia accorto di lui, e punta minaccioso la macchina, dicendo: “Ehi, quindi è questa la famosa meraviglia!”. Nessuno potrà mai spiegarmi cosa ci faccia un pattino in mezzo al laboratorio di Archimede, ma Paperoga ci finisce sopra lo stesso. Lui cade da una parte, il pattino vola verso la macchina, e colpisce l’antenna un attimo prima che spedisca a destinazione la nostra storia.
ZOT!
Un raggio azzurro si perde nell’infinito.
Ho voglia di piangere, mentre guardiamo tutti verso il cielo. Non riusciamo nemmeno a odiare Paperoga, avremmo dovuto sapere che sarebbe finita così, finisce sempre così.
Alla fine è Archimede a parlare:
“Possiamo solo sperare che non faccia danni…”
“Del tipo?” chiedo io.
“Modificare la realtà là fuori, invece che le molecole di carta…”
“E quindi?”
“Fare accadere nel mondo degli umani quello che è successo qui.”
Restiamo tutti in silenzio.
In lontananza, arriva soffocato il rumore delle rotative e delle presse, che si preparano a regalare al mondo le buffe gag di “Zio Paperone e il Ghi8”.
Andiamo tutti a dormire, tristi, sentendo i ricordi che già trascolorano dalla memoria.
Domattina saremo di nuovo quelli di sempre, ma oggi ci aggrappiamo ancora alla memoria di ciò che ci è stato fatto, nella speranza che non tutto sia andato perduto.
Sogni d’oro.

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11 commenti

  1. anonimo

     /  luglio 20, 2007

    racconto fantastico, davvero complimenti… alessandro (giusto?)

    madmac

    Rispondi
  2. anonimo

     /  luglio 20, 2007

    Grandissimo! L’ho sempre saputo che qui quo e qua erano delle schifosissime spie! Ma su Nonna Papera non mi trovi d’accordo: Nonna Papera è leghista!
    Ma i miei più sinceri applausi per il cameo “Ogni città il suo male ha…”.

    Rispondi
  3. anonimo

     /  luglio 21, 2007

    oooh….. non sai quante volte ho ripensato a questa tua storia, che avevo letto qualche anno fa…. sono felice che non sia andata perduta.
    🙂 mara

    Rispondi
  4. scott.ronson

     /  luglio 22, 2007

    madmac: certo che è un racconto fantastico. Certe cose mica succedono nella realtà, no?
    🙂
    Grazie, a ogni modo (e… sì, that’s my name, don’t wear it out ^_^)

    Lanessie: in effetti, potrebbe essere. Però mi serviva qualcuno per l’opposizione agli OGM 🙂
    Grazie per avere apprezzato racconto e citazione da Robin Hood.
    Cmq sì, QQQ sono sempre stati loschi e sospetti. Mai come il nipote di Pippo, però.

    Mara: me ne guardo bene, dal perderla. E’ una delle cose che ho scritto che più mi piacciono in assoluto. ^__^

    Rispondi
  5. anonimo

     /  luglio 23, 2007

    clap, clap, clap clap, claclap, clAP CLAP, CLAP CLAP CLAP CLAP CLAPCLAPCLAPCLAPCAL (rumore di standing ovation)
    Gallo Chau è fantastico.
    HK

    Rispondi
  6. PF1

     /  luglio 23, 2007

    i miei complimenti…anche se mi spiace x Qui Quo e Qua…

    Rispondi
  7. anonimo

     /  dicembre 21, 2007

    Poker online ci riesco,[..] Poker online ci riesco, [..]

    Rispondi
  8. anonimo

     /  dicembre 22, 2007

    eh… apparte il racconto vabbè, che è troppo banale.
    il riferimento a cuordipietra e la palla di spago: magistrale. Sei un vero appassionato e tecnico dei paperi.
    Don Rosa stiamo raccogliendo le firme per dargli fuoco.

    HA!
    non è vero, il racconto è bello!
    eccheccazzo, dammi la soddisfazione di simulare almeno una critica negativa alle cose che fai.
    (oggi mi so’ alzato invidioso, mesà)

    Cià, M.

    Rispondi
  9. Rosybat

     /  luglio 18, 2011

    Ho scoperto oggi questo tuo racconto, davvero grande, grandissimo, da raccontare ai bambini nati nel 2001 e non solo! lo linko anche sul mio blog su wordpress!

    Rispondi
  10. povna

     /  luglio 21, 2011

    Leggo oggi, molto bello, complimenti… Sono passati dieci anni, e sembra ieri, per certi versi.

    Rispondi
  1. Idee | Dorso di carta

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